Recensioni

6.8

Per quanti lo amano, Mac DeMarco resta adorabile. E noi lo amiamo, sia chiaro. Questo suo quarto album di studio propriamente detto vede uno smiley sotto forma di vecchia spilletta in copertina, e sembra  che il mood del songwriter canadese sia per l’appunto pacificato e disteso. A inaugurare l’attività della propria etichetta Mac’s Record Label dopo il sodalizio con Captured Tracks, Here Comes The Cowboy – inciso nei personali Jizz Jazz Studios, durante piovose settimane del gennaio 2019 – segue di due anni This Old Dog, che nella sua successione di brani in prevalenza d’amore risultava già  più pacato e old style rispetto ai primi 2 e Salad Days. Qui si spinge ulteriormente sul pedale dell’accelerazione indie pop-soul d’autore e dell’intimismo di derivazione folk Seventies, confermando la scelta di suonare quasi tutti gli strumenti per conto proprio (tranne le tastiere affidate in certi casi ad Alan Meen), avvalendosi soltanto dell’aiuto del fonico Joe Santarpia.

Non ha ancora compiuto trent’anni – classe 1990, infatti – ma Macky, come lo chiamano gli amici, è già un piccolo classico, in ogni senso. «Nel luogo in cui sono cresciuto, ci sono un sacco di persone che indossano davvero i cappelli da cowboy e fanno cose da cowboy, ma non sono loro quelle a cui mi riferisco», afferma il musicista che apre non a caso la scaletta con la traccia che dà titolo all’intero lavoro, Here Comes The Cowboy, simpatica canzoncina minimal country costituita da un unico verso ripetuto in loop da saloon. Più avanti, poi, arriva anche Hey Cowgirl. Un po’ slacker, o come alcuni lo hanno definito un po’ blue wave, Macky unisce i puntini che vanno da Neil Young a Elliott Smith, sino a Kurt Vile, con una personalità, però, al cento per cento unica, nonostante gli eccessi goliardici del passato siano almeno apparentemente contenuti (e in parte dispiace, perché qualche guizzo, ammettiamolo, adesso manca). La proverbiale follia si ritrova nel video del singolo apripista Nobody, uno dei pezzi migliori, girato dallo stesso DeMarco, truccato per l’occasione da rettile western. Il secondo singolo, All Of Your Yesterdays, è l’episodio più datato del lotto, che shakera riferimenti immaginari a Macbeth, Star Trek e Oasis con attitudine educatamente cazzona e corde di chitarra in evidenza. Little Dogs March si collega al recente passato, Preoccupied usufruisce della registrazione di uccellini cinguettanti, Choo Choo è boogie soul da fumetto in bianco e nero, K è love ballad acustica senza tempo, Heart To Heart e On The Square sembrano le sorelline minori di Chamber Of Reflection, Skyless Moon è un blues da “baby blue”. Baby Bye Bye, infine, chiude con sette giri e mezzo corali e circolari di orologio (e relativa coda rétro-trash con linguacce ai Red Hot Chili Peppers), eccezione in un campionario vieppiù abbastanza conciso, quasi tratteggiato a matita, con il sorriso – beffardo – sulle labbra.

La giornalista Angela Urbano scriveva che «Hollywood ci ha tramandato l’immagine del cowboy continuamente impegnato in sparatorie. La musica country ne sottolinea angosce e malinconie. La poesia del cowboy invece per tradizione ricorda che la vita western è fatta di sporcizia e di polvere, di caldo e di noia, di cadute da cavallo e di cavalcate nelle tempeste di vento». Ecco, Macky all’artiglieria pesante non ricorre mai, risultando meno incisivo e brillante probabilmente di quanto avremmo desiderato, ma ce lo vediamo bene svaccato sotto al sole, su un’amaca, a intessere melodie dolceamare mentre sorseggia una birra avvelenata dalla nicotina. Alla salute!

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