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7.3

Nuovo tuffo carpiato nelle musiche del producer torinese Daniele Mana (Vaghe Stelle), che torna su Hyperdub a distanza di due anni dall’EP di debutto Creature, e qui alla sua prima prova lunga. Davanti a un prodotto come Seven Steps Behind, dove acustico ed elettronico confondono le proprie tracce, in cui vieni catapultato in un labirinto di specchi o ti trovi bendato davanti a una grottesca opera teatrale immaginata da Margaret Atwood, non puoi che rimanere attonito, rapito, svuotato, dopo aver ascoltato tutto dall’inizio alla fine in religioso silenzio.

Mana non solo può vantare un sound impossibile da definire in un sol colpo, ma si è anche emancipato da riferimenti ed estetica che all’altezza del debutto sull’etichetta di Kode9 potevano mettergli il sale sulla coda, confinarlo dentro i ranghi di un HD sound in perenne evoluzione, in rincorsa del suo esigentissimo pubblico, alla perenne ricerca del future sound, di cambi di registro rispetto al puntillismo di un Lorenzo Senni, alla guerra iperreale dallo schermo del PC di Fatima Al Qadiri, ai pad glitchati del post-grime, agli alieni brufolosi di Oneohtrix Point Never (Soaking In Water) e così via. Non che queste fascinazioni non si possano spendere anche qui (sentitevi Swordmanship e sarete catapultati in un Giappone del medioevo prossimo venturo, mettete in cuffia Talking / Choking  con la voce filtrata dello stesso Mana e respirerete nuove sensibilità pop-digitali nella Age Of…), eppure non renderemmo piena giustizia a un disco denso di ben altri rimandi e profondità. A tratti pare di avere più a che fare con le opere multimediali dei Residents (Solo), il pungente senso per la sinfonia di Šostakovič (Leverage For Survival) e il minimalismo di Steve Reich (Instinction), che non con la solita “compagnia delle indie ecologiche dell’antropocene” alle prese con un nuovo, pomposo, concept post-strutturalista.

Mana ha pensato un disco fortemente immaginifico, di quelli che ti metti a cercarne una componente visiva, un fumetto perché no, come ha fatto Murlo per il suo ultimo lavoro, o un volume con tanto di universo visivo ad hoc associato ad ogni brano come hanno progettato i C’Mon Tigre. Di suo, omaggiando una tradizione tutta italiana, il producer torinese preferisce la futuristica linea che vediamo in azione nel clip relativo Solo, ma non è proprio qualcosa che appaghi la fame di multimedialità dell’ascoltatore contemporaneo, drogato di videogame in soggettiva e stanco di polpettoni hollywoodiani sui supereroi.

Immaginiamo che la maschera in copertina sia quella di un Dio Esterno piuttosto che di un Gods Of War, anche perché Seven Steps Behind preferisce rimanere un enigma. Sette passi indietro rispetto a cosa? Un potente veleno? Il nirvana? Un valore atteso? In molte culture antiche il numero 7 indicava completezza e se c’è qualcosa che viene da pensare ad ascolto concluso è proprio questo. Non esaurisce (per fortuna) il campo delle possibilità rispetto alle variabili messe in campo, ma ne esplora una complessità di spazi, fascinazioni, timbriche. Cinema, teatro, pantomima, passato, presente, futuro. Antichi manufatti provenienti da un futuro prossimo venturo. Spetta a noi decifrare il cifrario sonoro. Ed ecco che parte il repeat dell’album.

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