Recensioni

Lungo una carriera che nel 2019 toccherà i 20 anni e coinciderà son i suoi primi 40 anni (lo split con Daisha Hands Up For Detroit è del 1999), Matthew Dear si è fatto rispettare e amare da addetti ai lavori (Richie Hawtin, Hot Chip) e dagli ascoltatori, ma anche dancer duri e puri, sia per le sue doti di dj, sia nelle vesti più autoriali di crooner elettronico.
Partito nascondendosi sotto vari moniker, tra cui gli ora defunti False e Jabberjaw, il texano di nascita (ma detroitiano nel cuore) ha via via ricondotto la sua attività ad un doppio binario fatto di produzioni autografe – quelle dove facevano capolino gli omaggi a David Bowie, Adonis e Roman Flugel – e tracce firmate Audion, ovvero l’alias techno di lungo corso con il quale l’anno scorso ha sfornato l’album Alpha. A livello prettamente discografico, prima di questo dj kicks, ci sono stati altri popolari missaggi, ognuno in perfetto timing con il suo tempo: Fabric 27 firmato da Audion cavalcava la minimal al suo picco, Body Language 7, tra vari fuoripista meditativi e seducenti tribali, la successiva ondata tech-house che aveva infiammato il dancefloor sul finire dei 00s. Al contrario, questo missato, già dalla scelta di inserire molte delle tracce di Audion rimaste nel cassetto e un suo inedito, sembra in un certo senso sfuggire al proprio tempo, per abbracciare una visione libera dalle etichettature e dalle speculazioni.
È vero, c’è la bomba techno XLB firmata da Pearson Sound fusa con la Staring At All This Handle dei Simian Mobile Disco che sono entrambe produzioni dello scorso anno, come le tracce qui contenute sono tutte uscite negli ultimi 24 mesi; eppure Dear, mai come ora, sembra libero di agire in profondità sul suo missato, eccellendo sia tecnicamente (gestire l’adrenalina dell’ascoltatore), sia per gusto (quasi mai i brani viaggiano solitari), ma anche per il carattere infuso in questo viaggio sonico, un’esperienza che sembra parlare innanzitutto di lui, più di tutto il resto. È solo dei grandi dj la capacità di riuscire a portare a casa il risultato così, all’interno delle metriche del dancefloor, eppure muovendosi sempre sui confini di esso, allargando le maglie temporali verso zone grigie e interstiziali (Ongaku nel remix di HVL e Double Lune (Third Child Boomer) per poi tornare in pista con l’hook giusto (ma non il killer groove), oppure governando groove come uno scafato surfista (Lust For Sale (MGF Mix). All’interno delle 25 tracce, il tribale non manca (Bread & Butter, Rendell Pips), come pure quella voglia electro che riavvolge il nastro fino ai Kraftwerk (Harmonitalk (Alex & Digby Edit)) o all’acid (ITJ10B1) o ad altre stanze del desiderio, tutte sfaccettature di un missato serotoninicamente chirurgico.
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