Recensioni

7.3

Quando penso alla musica di MHYSA, il progetto musicale dell’artista originaria del Maryland E. Jane, mi viene spesso in mente questa foto del 1997: Marilyn Manson in piena Antichrist Superstar glory e Janet Jackson, insieme al party di lancio del disco RnB più ambizioso degli anni Novanta, The Velvet Rope della stessa Janet. Non è tanto il rapporto tra i due artisti all’epoca a giustificare l’associazione (la leggenda narra che Janet fosse piuttosto spaventata all’arrivo di Manson, +1 di un’amicizia in comune), quanto il fortuito, insolito accostamento di stili, riferimenti e ambizioni, che ai tempi il mainstream ci presentava come pressoché incompatibili. MHYSA, che dal 2016 ad oggi continua ad autodefinirsi «una popstar per la cyber resistenza», ai suoni e ai temi dell’RNB con cui è cresciuta unisce una sensibilità essenzialmente oscura, che pesca tanto dall’industrial e dall’elettronica sperimentale, quanto dallo shock value profanatore di un Manson, da lei eletto a influenza di riferimento degli artisti della sua ex etichetta, l’Halcyon Veil di Rabit.

fantasii, il suo disco rivelazione del 2017, si apriva con uno spettrale a cappella della title-track di Velvet Rope, in cui Janet, accompagnata da un’interpolazione dal tema musicale del film L’esorcista, invitava l’ascoltatore a entrare in una sorta di safe space importato ad accettazione e condivisione («We have a special need / To feel that we belong»). MHYSA prendeva in prestito quest’immagine, configurando fantasii come un viaggio di ascesa verso il Paradiso, un safe space, per l’appunto, caratterizzato da una rigenerante “softness”, celebrata da MHYSA come arma di autodifesa e autoapprezzamento nell’ambito di quella che definiva «black femme experience». Eppure, e qui si intuisce il gusto di E. Jane per sincretismi sonori e d’immagine, in fantasii MHYSA raggiungeva questo stato di grazia alternando a sinuose performance vocali un campionario di punitive abrasioni, improvvise esplosioni e macabri sample, un mix che attirò l’attenzione dei cultori di avanguardia e dintorni (da The Quietus al Café OTO, passando per il mondo delle gallerie d’arte). Persino nel video di Strobe, il suo brano più a prova di dancefloor, la popstar underground prendeva d’assalto le politiche del club, deridendo il turismo culturale di outsider “guardoni” a caccia di foto instagrammabili e twerkando in solitudine nel cortile di una chiesa di fronte a un crocifisso.

Hyperdub, che oltre allo stesso Kode9 conta Laurel Halo tra i fan di E. Jane, si aggiudica il secondo album di MHYSA, NEVAEH, che con i suoi monumentali 47 minuti di astrazioni a cavallo tra RnB, noise ed elettronica sperimentale, prosegue e per certi versi supera le intuizioni e provocazioni di fantasii. Già dal titolo (heaven al contrario), NEVAEH si propone come un’ulteriore impresa di “queer world-making”, definita dall’artista «a prayer for black women and femmes to be taken to or find a new and better world away from the apocalypse». MHYSA continua a pescare dalla musica black contemporanea e dall’industrial per creare un universo parallelo in cui viene celebrata l’esperienza e la sopravvivenza della donna nera. L’artista qualifica fin da subito l’impresa, aprendo le danze con un’esile ma baldanzosa interpretazione della poesia di Lucille Clifton Won’t You Celebrate With Me, in cui l’autrice invita i suoi lettori a celebrare il suo essere al mondo («Born in Babylon both nonwhite and woman (…) come celebrate with me that everyday something has tried to kill me and has failed»). NEVAEH è permeato da questo senso di rinnovamento e chiede all’ascoltatore di essere contemplato con empatia: nell’interludio a cappella BELIEVE, canta: «I wanna fucking believe» e «I want you to make the world better», inerpicandosi in un “freakout” che ricorda non poco la sua impressionistica, a tratti terrificante cover di Just a Girl dei No Doubt di qualche anno fa. «Are you even listening?» ci chiede, polverizzando ogni possibile scetticismo “anti-woke”.

Più che in fantasii, atmosfere, melodie e messaggio sono qui veicolati dalla voce di MHYSA: mentre scarseggiano strumentazioni e alcuni degli intricati beat del passato, abbondano a cappella e inquietanti, laceranti interpretazioni in cui i riferimenti e i gusti musicali pop dell’artista si trasformano in armi di sopravvivenza. Oltre a creare un senso di continuità con fantasii (in cui comparivano anche omaggi a Donna Summer e Beyoncé), questi giochi intertestuali trasformano NEVAEH in una celebrazione di un canone personale. Oltre a due scarne versioni dello spiritual apocalittico When The Saints, compaiono una cover in chiave power electronics (!) di It’s Love That Gets You Through di Sade (no weapon formed against you shall proper), un’interpolazione di If I Ruled The World di Nas e Lauryn Hill per voce e tamburello (breaker of chains) e un’immersiva resa dark ambient di Rope Burn di Janet, ancora una volta da The Velvet Rope, qui ripensata come un torbido, inquietante inno al risveglio dei sensi.

Ed è proprio l’appagamento sessuale a regalare alcuni dei momenti migliori di questo album, spingendone l’insistito minimalismo in interessanti direzioni. Nella magmatica before the world ends MHYSA è alla ricerca di un orgasmo in tempo per l’apocalisse («I just want to come before the world ends»), accompagnata da scie di rumore bianco, lascivi sub-bass e acidule note al sintetizzatore che ricordano l’universo RnB anni Ottanta (si pensi alle scottanti malinconie degli Isley Brothers di Between The Sheets). Nel pungente singolo club Sanaa Lathan, impreziosito da ritmiche trap e l’ossessivo canto di un grillo, MHYSA celebra le proprie origini, alternando versi sussurrati a incontenibili strilli. Ma è nella doppietta w me interlude / w me che l’artista raggiunge il picco di questa sua estetica minimalista tanto sensuale quanto sfuggente: l’interludio si presenta come un field recording, in cui l’ascoltatore accompagna l’artista mentre ritorna a casa da un party, e canticchia: «I can tell I need me tonight / Holding me tight, baby / Need a little time with me». Non appena si chiude il portone di casa alle sue spalle si fanno strada tintinnanti hi-hats e uno stralcio di batteria, unico accompagnamento alla melodica, iper-orecchiabile narrazione di una seduta di masturbazione in solitaria.

Brani come w mebrand nu, in mano a un produttore pop, potrebbero trasformarsi in vere e proprie hit. L’influenza di Brandy, per esempio, si sente forte e chiara. E invece le bizzarrie di MHYSA (inclusa una strampalata, volutamente stonata interpretazione vocale nell’altrimenti deliziosa bbygurl) catapultano il suo (anti?)canone RNB in territori pressoché inesplorati, in cui “softness” e disagio si compenetrano alla ricerca di nuove soluzioni artistiche e, perché no, esistenziali. I tanti, a tratti sconcertanti intermezzi strumentali non fanno che aggiungere altra carne al fuoco: che si tratti di un delirio da principiante al sintetizzatore (Float) o di luciferini rintocchi à la Nurse With Wound (sad slutty baby wants more from the world), è impossibile capire se si tratti di momenti di assestamento o momentanee perdite di controllo nell’economia di un disco di preservazione e autocelebrazione come NEVAEH. È su questo tipo di ambiguità che continua a giocarsi il fascino del progetto MHYSA: il futuro dell’RnB è anche nelle sue mani.

Voti
Amazon

Ti potrebbe interessare

Le più lette