Recensioni

7.3

Mica Levi è un genio. Lo ha dimostrato con la sua band Micachu & The Shapes (una delle più originali oggi in circolazione, al fianco del batterista Marc Pell e della tastierista Raisa Khan, al terzo album con Good Sad Happy Bad nel 2015, per un avant-pop dalle influenze noise e hip hop cantato con piglio slacker), così come attraverso le collaborazioni – da Oliver Coates a Tirzah – e la sua attività nel campo delle partiture per il grande schermo. Prendete Under The Skin, il clamoroso cult sci-fi di Jonathan Glazer – sì, quello che aveva diretto Karma Police dei Radiohead e Rabbit In Your Headlights degli UNKLE, tra le altre cose – con Scarlett Johansson: beh, si trattava di una delle colonne sonore più rilevanti degli ultimi (molti) anni. Un capolavoro “alieno” di orchestrazioni e droning in cortocircuito ansiogeno/emozionale, passando dalla freddezza al relativo calore dell’umanità. «Ho sognato il film ogni notte durante il periodo in cui ci abbiamo lavorato», dichiarò Levi a “Pitchfork”. «La musica all’inizio è complessa e leggermente sofisticata; dovrebbe restituire una forma di vita che non si riesce a comprendere, ma che è portata avanti senza sosta, come un alveare. Nel vuoto dove trascina gli uomini, li seduce su questa musica che è quasi artificiale, come se si stesse mettendo un make up — diventa più triste, si esaurisce, perde il suo alone, si rabbuia, e poi ritorna e la colpisce. Provare emozioni, per lei, equivale a scariche di percezioni intense che la spaventano».

Anche Jackie, per la pellicola di Pablo Larraín, si era rivelata ad ogni modo un’ottima prova, a suo modo più classica ma mai canonica, mai lineare. Stesso discorso di valore per Delete Beach, accompagnamento del futuristico anime di Phil Collins con disegni di Marisuke Eguchi, tra dissonanze e distorsioni, per un incrocio attitudinale, da cartella stampa, fra Arthur Russell, John Carpenter e Jóhann Jóhannsson.

Figlia di musicisti, le prime note le ha buttate fuori ad appena quattro anni. Dopodiché, ha frequentato la Guildhall School of Music & Drama. L’artista inglese sa dunque muoversi tra background accademico e amore sperimentale per tecnologia, elettronica e neoclassica, attitudine DIY e assoluta padronanza degli elementi in atto, che siano i sintetizzatori, una chitarra, oppure una viola, se non direttamente un’orchestra da arrangiare. Mica Levi, così, è diventata grande, è diventata una delle firme più significative nella vasta area delle soundtrack contemporanee (da intendersi non soltanto come di attuale pubblicazione, ma capaci di aggiungere “qualcosa” di innovativo), assieme a Jonny Greenwood e Trent Reznor/Atticus Ross per esempio, a Geoff Barrow/Ben Salisbury o al nostro Teho Teardo. Se pensiamo a quanto ha scritto per le prime due stagioni di Dark, serie tedesca di Netflix , Ben Frost è forse quello che più le si avvicina, nell’inquietudine atemporale di un sound capace di annichilire con poco.

Non fa eccezione Monos, per il lungometraggio del brasiliano Alejandro Landes, che nell’approccio minimale e nelle soluzioni atonali si ricollega proprio a Under The Skin. Quindici brani, mezz’ora scarsa di durata altamente incisiva. Il tema principale, su quattro note spoglie eppure a loro modo ossessivamente insistenti di flauto, si presenta subito con Guerreros, avvolto in droning pastorali che ci rammentano alla larga l’ultimo disco di Gazelle Twin: il legno a sostituirsi alle armi che imbracciano i giovani protagonisti della storia, sette adolescenti guerrieri in misteriosa missione sui monti della Colombia, tra Apocalypse Now e Il signore delle mosche in quanto a sottile equilibrio tra orrore, innocenza e (in)civiltà. Le linee sintetiche di Lobo Y Lady sono un gorgo disturbante nell’intrecciarsi con il pathos degli archi, mentre il tribale rullio di timpano che anima Funeral, A La Selva (con coda di field recordings) e vari altri brani restituisce epica drammaticità. La delicatezza fanciullina degli strumenti tradizionali viene letteralmente increspata dalle torbide linee digitali in Honguitos, idem nella rimarchevole Sin Radio. Il tutto comunque va ascoltato in un unico flusso, suggestivo e magnetico al di là delle sue immagini di riferimento. L’abbiamo detto che Mica Levi è un genio?

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