Recensioni

Tra la reticenza generale per i super-gruppi e la necessità personale di perseguire una libertà artistica tangibile, i Minor Victories debuttano con un disco compatto dove la coltre di chitarre shoegaze abbraccia synth dream-pop e ritmiche new-wave oscure in un muro di suono granitico. L’idea nasce dall’incontro di Justin Lockey degli Editors e Rachel Goswell degli Slowdive: i due condividono conoscenze tra gli addetti ai lavori e discutono sui brani che il chitarrista e produttore di Newcastle ha da parte da un po’ di tempo. I vari impegni coi rispettivi gruppi però non spengono la fiamma e così quella manciata di brani diventa prima un EP e poi un disco, con l’aggiunta di Stuart Braithwaite dei Mogwai (coinvolto dalla Goswell) e James Lockey (chiamato da suo fratello Justin). Arriva il momento di tirare le somme: l’album di debutto dei Minor Victories è pronto per fare il giro delle etichette e trovare una distribuzione. Si fanno subito avanti Play It Again Sam e Fat Possum; nel frattempo siamo arrivati a giugno 2015, quando i primi teaser e la notizia del debutto discografico di quello che viene già chiamato da più parti “super-gruppo”, cominciano a far alzare l’hype.
Non appena la nebbia iniziale si dirada, Give Up The Ghost emerge in tutta la sua magnificenza: batteria ad ampio respiro, riff di chitarra ipnotico e voce appena accennata mettono già le carte in tavola. Carte giocate benissimo, con l’orecchio rivolto al pop in Scattered Ahes (Song For Richard), strofa che ricorda Dancing In The Dark di Bruce Springsteen e ritornello esplosivo sospeso, passando per lo splendido duetto di Rachel Goswell con James Graham dei Twilight Sad. A Hundred Ropes vira su new-wave e post-punk tirati che si fanno largo a spallate in un’atmosfera claustrofobica in cui il ritornello è quasi redenzione, un raggio di luce in un oceano grigio. Folk Arp è il momento più dreamy dell’album, con un tappeto di archi e synth da cui emerge una chitarra acustica d’accompagnamento alla voce delicata e malinconica di Rachel Goswell, una voce che non è mai in primo piano ma rimane sempre un passo indietro quasi come travolta dal suono massiccio dei brani. Accade questo sia negli episodi più violenti, come Breaking My Light, con una strofa che ricorda da vicino Venus In Furs dei Velvet Underground, sia in quelli più morbidi, come For You Always, impreziosita dalla partecipazione di Mark Kozelek (Sun Kil Moon).
Minor Victories è un album coerente che procede per contrasti, forte di un suono roccioso e riconoscibile che però muta nel corso del disco riuscendo a risultare violento (Cogs, un po’ Ride), etereo (The Thief, con un’esplosione e un finale emotivamente rilevanti) ed estatico (Out To Sea, forse l’unico rimando agli Slowdive, forse perché primo brano in assoluto del progetto) allo stesso tempo. Il debutto dei Minor Victories ha il pregio di far dimenticare tutte le fisime legate al concetto di “super-gruppo”; il suo fascino oscuro contrastato dal calore del quotidiano e l’equilibrio degli arrangiamenti e delle sfumature di genere confermano le buone qualità di uno dei dischi più attesi dell’anno.
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