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Il decimo album (almeno questo è il conteggio ufficiale, che dovrebbe escludere le colonne sonore) dei Mogwai ha preso forma nei mesi del lockdown in una situazione complicata, con sullo sfondo lo spettro di tutto quello che sappiamo. Il gruppo era in Inghilterra invece di lavorare in America come aveva programmato, con l’amico produttore Dave Fridmann in smart working collegato dagli States. Ma la musica segue comunque le sue traiettorie, al di là di tutto – come conferma Stuart Braithwaite in persona, portavoce as usual del gruppo scozzese nella nostra intervista. In questo caso, sia con la voglia di sperimentare sia con una certa immediatezza e levità, che però non rima per nulla con l’inconsistenza, e anzi riflette la voglia di reagire.

Le composizioni di As the Love Continues che seguono l’iniziale To the Bin My Friend, Tonight We Wacate Earth – un brano che potremmo invece definire più “classicamente” Mogwai, nella sua ipnosi strumentale che dai toni di soffusa psichedelia spacey sale piano piano verso un grande “pieno” corale – sembrano seguitare nella direzione “post-pop”, se ci passate il termine, di cui avevamo parlato per il precedente Every Country’s Sun, cioè verso un formato più da canzone, anche quando non sono canzoni tout court – con tanto di voce, come la già famosa e godibilissima Ritchie Sacramento, dedicata a David Berman.

Here We, Here We, Here We Go Forever, aperta con un loop di batteria elettronica su un tempo ballabile, è una di queste quasi-song strumentali. Ma anche in Dry Fantasy, dove tra l’intro ambient e il tema principe, un motivo melodico del Moog, si inserisce anche una bella trama di basso, si sente l’eco di un pop sperimentale evergreen come può essere quello del David Bowie di Low citato dallo stesso Stuart, se non dei Kraftwerk addirittura. Potremmo parlare a proposito anche del feeling rock e persino un po’ emo di Ceiling Granny o delle atmosfere giocose neo-kraut di Supposedly We Were Nightmares. Brani che appaiono più concentrati e meno sviluppati nel tempo di composizioni lunghe come il brano finale, It’s What I Want To Do, Mum.

Se sbizzarrirsi con strutture un po’ più immediate e “tradizionali” per Braithwaite e i suoi – sempre citandolo dalla nostra intervista – significa paradossalmente, nella loro ottica, essere molto sperimentali, un’altra sperimentazione, di segno diverso, li porta all’interessante infiltrazione di Atticus Ross, ospite e diremmo protagonista di Midnight Flit, che strizza l’occhio a sonorità industriali alla Nine Inch Nails da cui prende slancio una sognante partitura d’archi. Il brano più atipico, per certi versi, ma anche indicativo del disco in generale, delle sue piccole variazioni su una formula consolidata che però sa anche movimentarsi abbastanza da rimanere fresca, dinamica, stimolante – per la band e, soprattutto, per i suoi ascoltatori.

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