• mar
    17
    2017

Compilation

PAN

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Muoversi nel mondo dell’ambient è sempre pericoloso: si rischia di copiare troppo l’IDM (in primis i due storici Selected Ambient Works di Aphex Twin) o le quattro compilation Ambient di Brian Eno (Music For Airports è il primo e più noto volume). Uscire da questo confronto può essere veramente arduo per chi tenta di comporre musique d’ameublement. Negli anni Novanta una piccola cerchia di DJ newyorchesi c’era riuscita: ricordate DJ Spooky, DJ Olive e la fugace scena illbient? A parlare di generi oggi si corre il rischio di risultare obsoleti, ma gente che faccia ambient con cognizione di causa ce n’è veramente poca. Il termine e il suo uso compositivo viene mescolato di solito all’elettronica o alla new age ed è difficile trovare qualcuno che si cimenti nella composizione con lo scopo di stupire l’ascoltatore, di costruire un quadro che resti immutabile, da contemplare più che da utilizzare per altri scopi, come ad esempio il ballo.

Il titolo di questa nuova (e prima in assoluto) compilation per l’illuminata etichetta tedesca PAN spiega bene l’intento estetico dell’operazione: mono no aware è una frase giapponese che può essere tradotta in molti modi, tra cui (prendo da Wikipedia) “sensibilità delle cose” o “pathos”; in particolare, è “un concetto estetico giapponese che esprime una forte partecipazione emotiva nei confronti della bellezza della natura e della vita umana, con una conseguente sensazione nostalgica legata al suo incessante mutamento”. E non è questa anche una delle più belle definizioni di ambient music? Il costruire suono solo per la bellezza della contemplazione: in fondo è proprio questo che chiediamo a un disco ambient. Gli artisti raccolti qui riescono tutti, con diversi mezzi, ad approcciare la materia contemplativa senza restare invischiati in misticismi ed esoterismi anni Settanta (come può essere oggi un vecchio lupo come Laraaji, per intenderci), utilizzando la tecnologia elettronica per costruire un nuovo percorso sonoro, sicuramente vicino alla visionarietà, ma privo di sbrodolature new age, in puro stile teutonico (un po’ come continua a fare Wolfgang Voigt, in arte GAS).

I nomi sono molti (in totale ben 16 pezzi), tra cui l’elettronica contemplativa mescolata con suoni naturali di Kareem Lotfy (Fr3sh), l’ambient haunting di Malibu (Held), il minimalismo à la Aphex Twin di Yves Tumor (stupenda la sua Limerence), l’astrazione concreta del londinese Luke Younger in arte HELM (Eliminator), le visioni mystic-vapor dell’americano Aaron David Ross in arte ADR (Open Invitation), la sintesi post-tech-ambient di AYYA (Second Mistake), il richiamo alle atmosfere orientali tagliate con lo sprawl post-dubstep di Flora Yin-Wong (Lugere), le scogliere post-minimal di Mya Gomez (justforu), lo sfoggio post-glitch del padrone di casa Bill Kouligas (VXOMEG), la contaminazione con i suoni folk di Jeff Witscher (ok, American Medium), la fascinazione per le macchine di TCF (C6 81 56 28 09 34 31 D2 F9 9C D6 BD 92 ED FC 6F 6C A9 D4 88 95 8C 53 B4 55 DF 38 C4 AB E7 72 13), il drone di sax malsano della newyorchese James K (Stretch Deep), il dubstep-ambient à la Burial prima maniera di SKY H1 (Huit), l’ambient post-apocalittica di M.E.S.H. (Exasthrus (Pane)) e per finire le visioni di Oli XL (Heretic) e di HVAD e Pan Daijing (Zhao Hua).

L’ambient che viene qui presentata è una delle possibili musiche del futuro, senza confini, senza particolari riferimenti (ovvi quelli all’elettronica, ma sono presenti anche tagli di musiche non convenzionali, minimalismo, world music e molto altro), pronta insomma ad essere ascoltata dal nuovo melomane 2.0, proiettato su un sentiero che esula dalle tradizioni del ballo e si porta su una più interessante (?) visione contemplativa, più femminile che maschile. Un link che gli ascoltatori più attenti al now potrebbero subodorare è con certe tipologie di elettronica colta HD, in particolare con il postmodernismo di Far Side Virtual di James Ferraro o con le incursioni avanguardistiche di Holly Herndon, insieme anche al percorso della Tri Angle Records (portato avanti in parallelo a quello della PAN) e di artisti come Clark e Jon Hopkins: tutti suoni costruiti con software di sintesi (Max-MSP ecc.) che sfociano in ciò che chiamiamo oggi elettronica organica.

L’operazione della PAN è però più ancorata all’estetica teutonica, e la dispersione e l’annullamento dell’io esemplificati nelle cosiddette estetiche accelerazioniste non toccano questi pezzi, che organizzano il suono con finalità diverse, più escapiste/escatologiche che di critica e di intervento immediato come prescriverebbe la vulgata post-marxiana in accelerazione. Nascerà una “scuola” o una scena mono no aware? Speriamo di sì, o per lo meno auguriamo a tutti i collaboratori di questa compilation di portare avanti una ricerca che per ora sembra più che mai prolifica, uno hyppieism immerso nella pulizia sonora 2.0 derivata dai fratelli dei club e delle accademie. Uno dei dischi dell’anno, per chi scrive.

15 maggio 2017
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