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C’è un Cotton Club anche a Tokyo. Lo storico locale jazz di Harlem rivive nel caotico capoluogo nipponico grazie alle truppe statunitensi che occuparono le Filippine negli anni ’20, causando così un interesse crescente in Giappone per questo genere musicale. Gli amanti di Duke Ellington Ella Fitzgerald che popolavano il Sol Levante, non potendo permettersi l’acquisto di un album, furono la motivazione per un fenomeno che, a partire dal dopoguerra, prese piede in tutta la nazione. I jazz cafe sono ormai una delle attrattive più singolari del Giappone: si tratta di locali, club o bar, nei quali si può tranquillamente consumare la propria ordinazione ascoltando jazz rigorosamente in vinile. Una particolarità stimolante, tanto da richiamare gente da tutto il mondo. Figuriamoci quanto dev’essere invitante per un musicista.

La casualità è un elemento fondamentale nelle vicende personali. Capita che Jack Steadman, già voce e chitarra dei Bombay Bicycle Club, si trovi a fare una vacanza in Giappone e venga a conoscenza di questi jazz cafe. Il resto è ampiamente prevedibile: rispolverato lo pseudonimo mr jukes, eccolo “debuttare” con God First. Steadman è sempre stato attratto dal dinamismo della confluenza, cioè di un crocevia culturale che avvicinasse il proprio background britannico a luoghi geograficamente lontani ma, evidentemente, emotivamente vicini. Come ogni iato che si rispetti, quello dei Bombay ha generato in primis molto stupore (la band era praticamente all’apice del successo quando nel gennaio 2016 ha annunciato la decisione) e poi ha determinato una serie di “risposte” individuali a questa situazione. Il primo a sciogliere le riserve è stato il bassista Ed Nash con il suo progetto Toothless, del cui debutto scrivevamo: «L’album ha un grosso limite e un grande pregio: suona esattamente come un disco di b-side dei Bombay Bicycle Club ma allo stesso tempo è formato da belle canzoni, ben arrangiate e forti di un gusto pop mai alieno alla band». Mentre tutto questo accadeva, il nostro Steadman stava ultimando i lavori del suo esordio solista. God First è un disco fortemente influenzato dai sottofondi dei jazz cafe giapponesi, ma che suona dannatamente contemporaneo, grazie alle buone scelte dei featuring, pur rimanendo ancorato al fascino vintage di sound gonfi come quelli della Motown. Insomma, dovendo presentare la personalità della creatura mr jukes, potremmo sintetizzare tirando in ballo un Mura Masa più rétro, un Sampha meno addolorato e un’eco dei Bombay Bicycle Club riflessi nel cut-up di sample e gusto RnB sapientemente mescolati a una vena pop cristallina.

Questo collage che mixa oriente e occidente (Typhoon, col suo piglio Ninja Tune) vive in precario equilibrio tra sperimentalismo (Angels/Your Love, in cui le voci di BJ The Chicago Kid e di Steadman s’incastrano in un crescendo sublime) e momenti più vicini agli episodi Bombay Bicycle Club di So Long, See You Tomorrow (Ruby). E se Grant Green (un brano che campiona Ain’t It Funky Now, dell’omonimo artista jazz, fondendola con l’ottima performance di Charles Bradley) fa rivivere i favolosi anni della Motown, Leap Of Faith, con i featuring dei De La Soul e di Horace Andy (una delle voci storiche dei dischi targati Massive Attack), segna forse l’apice del disco. Si tratta, quindi, di un album che mostra, in sostanza, la via alternativa al Damon Albarn indeciso tra il percorso solista con Everyday Robots e quello collettivo coi suoi vari progetti. Ma, a dirla tutta, God First, nonostante condivida con Humanz dei Gorillaz una sequela massiccia di collaborazioni e le debite differenze, sembra più centrato e incastrato in un perimetro sonoro vario ma pur sempre geometrico rispetto all’album della cartoon band. E poi ci sono Magic, che strizza l’occhio agli XX, e il gospel di From Golden Stars Comes Silver Dew a rendere vivido il lavoro filologico del geek che emerge in Steadman. In tutto questo, un po’ di sano campanilismo con il nostro Davide Shorty a prendere parte alla line-up di supporto per i live e ancor più presente nella deluxe edition di prossima uscita.

Sarà il disco più sottovalutato dell’anno, quindi tocca correre ai ripari. Quello di mr jukes è un album denso, interessante, un percorso che diventa viaggio nel tempo e nello spazio per poi ripiegare sul lato intimo dei nostri sentimenti. C’è anche una spiritualità di fondo in God First rafforzata dal titolo, scelto dallo stesso Steadman per sottolineare l’alchimia mistica che può sbocciare da una collaborazione artistica. Un particolare che forse traduce in parole lo stato di grazia del musicista londinese. Forse l’Evening Standard non sbaglia a scrivere che è «roba da nomination del Mercury».

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