Recensioni

6.5

Era il 2006 quando un giovanissimo Nathan Fake pubblicava su Border Community (James Holden) il suo esordio, quel Drowning in a Sea of Love che avrebbe innalzato la bandiera di un’elettronica distesa e immediatamente riconoscibile, fatta di synth grezzi e campioni sognanti ereditati direttamente da Aphex Twin. Quattordici anni e quattro dischi più tardi Fake torna con Blizzards, che nella sua opening track, Cry Me A Blizzard, sembra volerci riportare proprio a quelle atmosfere e a quei suoni, forse con una maggiore coscienza di sé e un orecchio più abituato all’elettronica più glaciale e spigolosa che ha contraddistinto l’opera dell’artista dopo il debutto.

Di fatto, però, Cry Me A Blizzard è una mosca bianca: già dalla seconda traccia (Tbilisi) torniamo subito in carreggiata house & trance, senza più abbandonarla fino alla fine del disco (con l’eccezione di North Brink, altro pezzo più nelle corde del primo Fake). Blizzards è una continua accelerata su un rettilineo desertico e sempre uguale a se stesso, dove le uniche variazioni sono l’aumento dei BPM e il cambio di synth, che però sono tutti Nathan Fake fino al midollo. Invece che continuare sul percorso iniziato con Providence (2017) che lo vedeva impegnato in una virata acid più aggressiva, con questo sesto album l’artista torna su se stesso senza aggiungere nulla al discorso. La qualità dei pezzi è indubbia (Pentiamonds, Torch Song), tanto che se si trattasse del lavoro di un esordiente ci sarebbe da tesserne le lodi, ma considerata la quasi quindicennale carriera di chi c’è dietro a Blizzards non si può fare a meno di aspettarsi qualcosa di più maturo o innovativo, per non dire entrambe le cose. Molti pezzi sono talmente chiusi in loro stessi da risultare, giocoforza, ridondanti (Stepping Stone, Firmament), e la durata del disco (più di un’ora per undici tracce) non è certo delle più accessibili, soprattutto considerata la quasi totale assenza di momenti davvero degni di nota.

Blizzards è il lavoro di un artista che vuole stare nel suo porto sicuro, un aggiunta più che sufficiente al suo repertorio ma nulla più che questo. In definitiva, Nathan Fake resta riconoscibile e apprezzabile per quanto seminato ma mai davvero raccolto, quasi quindici anni fa.

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