• Gen
    26
    2018

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Erased Tapes

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Sono stati due anni di silenzio per Nils Frahm, ma non di sosta. Una scelta di allontanarsi temporaneamente dalle scene per ritagliare più tempo per la sua famiglia, ma soprattutto per sé stesso, al fine di concettualizzare, analizzare, scoprire e ritrovare angoli di quell’Io messo troppo tempo da parte per dare spazio all’incessante attività live (a proposito, Nils lo aspettiamo a maggio a Milano). Da qui la scelta di mettere un punto, per ripartire. Frahm lo fa mettendo le mani su un palazzo storico di Berlino costruito negli anni ’50, il Funkhaus ex sede della RDT, buttandolo giù e ristrutturandolo da cima a fondo – assieme a alcuni amici – districandosi tra legno e metallo e dilettandosi in prima persona con fili e impianti elettrici – e un organo a canne autocostruito. Il risultato è il suo nuovo studio Saal 3, che è diventato nel corso del biennio successivo una seconda casa («Se ci fosse stata una doccia, giuro che c’avrei vissuto», dice lui, e non possiamo che credergli).

Dicevamo di nuovi punti di partenza, altre visioni e prospettive inedite per il compositore tedesco. Più che altro, sarebbe il caso di parlare di un senso di libertà che il Nostro ha voluto trasmettere con questa prova che, al contrario delle precedenti – vedi lo Screws suonato con 9 dita o il Felt registrato in una chiesa che gli permettesse di percepire il suono del suo stesso respiro – conserva nel suo concept l’assenza stessa di un concept. Zero freni e restrizioni, emancipazione totale da qualsivoglia schema mentale prefabbricato e dunque via libera all’immaginazione, per lui come per i suoi accoliti («Ho compreso che, lasciandoli più liberi, avrebbero suonato con il cuore»). Solo la melodia, appunto. Certamente non sempre fila tutto liscio, si arriva a dei bivi – Frahm parla di milioni di scelte – per decidere se usare quella nota o approntare quello specifico effetto, ma lui se ne esce nel modo più semplice possibile, ovvero lasciando scegliere ai dadi, strategia che utilizzò ai tempi dei Nonkeen, side project con gli amici d’infanzia Frederic Gmeiner e Sepp Singwald.

E se parliamo di faccende di cuore, non possiamo che tornare a indagare sul messaggio più intimo della cosiddetta neo classical proposta da lui e dal giro Erased Tapes. Se qualche anno fa parlavamo di Frahm come di una «via sbagliata tra le spinte del genere e un pubblico più generalista», nel 2018 non possiamo fare altro che confermare la tesi, evidenziando il suo status di vera punta di diamante dell’intero “movimento”. Poche chiacchiere: All Melody è l’opera massima di Frahm. Un inno all’abbandono del superfluo, al saper reagire alle perdite e ai momenti bui filtrando l’essenza stessa delle cose, al lasciar andare e al lasciarsi andare. Con le sue 250 ore per circa 56 tracce trasformatesi in questi 70 minuti, l’opera rappresenta uno straniante eppure lucidissimo concentrato ideologico del Frahm-pensiero, che niente leva e nulla aggiunge a ciò che già conosciamo del suo modus-operandi, eppure ne sintetizza la classe e la sagacia, lì dove la somma risulta maggiore delle parti messe in gioco. Rispetto al passato troviamo qualche leggero fantasmino elettronico in più, un riposizionamento nel solco organico che va da Jon Hopkins a Rival Consoles passando per – e soprattutto – Peter Broderick (Sunson, #2, Kaleidoscope), ma è sempre il pianoforte a farla da padrone, con tutto il resto a girargli intorno. Un minimalismo appena accennato, certo non quello di Riley, piuttosto quello che guarda a John Cage, con i riverberi a danzare tra gli spazi dello studio, a sbattere sulle pareti e a permeare la stanza/auditorio di sensazioni a metà tra il malinconico (My Friend Is The Forest, Fundamental Values) e il cinematico (A Place). A imprimere ancora di più all’opera un caratteristico timbro umano, le ugole del coro londinese Shards con le loro impressioni ecclesiastiche, ma anche un’improvvisazione dal taglio jazz nella vena del miglior Sam Sheperd (vedi la sezione alla tromba di Robert Koch in Human Range), tutte tematiche già approfondite nel 2016 nel Tag Eins Tag Zwei assieme a F.S. Blumm.

Un incrocio serrato e stimolante fatto di punti di fuga e di riferimento, con gli strumenti stessi a sfiorarsi dolcemente o anche ad abbracciarsi con grazia in un mulinello di forme e colori («Vorrei trasformare il mio pianoforte nella mia stessa voce e qualsiasi voce in una corda squillante», dichiara il Nostro nella press release), in un perfetto puzzle dove l’apparente ordine degli elementi non deriva dalla matematica, ma dalla fantasia e dall’ingegno. Non sembra così difficile immaginare l’artista a occhi chiusi mentre disegna paesaggi e rumori, fruscii e passeggiate al chiaro di luna guidato dalla propria Musa, un po’ come Lynch con Badalamenti, o come quando la voglia di una pausa voluta dal Nils Frahm artista rivela lati del Nils Frahm uomo, attraverso sé stesso, attraverso la sua musica.

26 Gennaio 2018
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