PREV NEXT
  • Mag
    30
    2018
  • Set
    14
    2018

Album

Add to Flipboard Magazine.

Stanti le mezze delusioni di Cardi B e della Minaj (oltre che del tandem coniugale The Carters), nell’ambito grandi dischi femminili black, il 2018 ha avuto comunque i suoi vertici: oltre all’ottimo Ephorize di Cupcakke, pure Noname e Tierra Whack sono state capaci di consegnare album che facilmente – e meritatamente – troverete nelle classifiche di fine anno più à la page. Le due muovono in direzioni completamente diverse e perfino antitetiche, pur restando entrambe su livelli qualitativi eccellenti.

Noname con Room 25 migliora nettamente la messa a fuoco rispetto al mixtape Telephone, sia come struttura dei pezzi (decisamente più compiuta), sia per quanto riguarda la scelta delle strumentali (molto più raffinate). L’idea è un jazz-hop molto elegante e molto classy, sciccoso e pregno fino al midollo di quella soulness tutta afroamericana da produzione di altri tempi. Quello che consente al disco di trascendere senza sforzi la dimensione da mero pacchetto di maniera è un gusto palpabile per il dettaglio saporito che ogni volta fa svoltare il pezzo in questione: vedi gli archi di sfondo ai languidi chitarrismi di Window (in cui spiccano soprattutto le vertiginose armonizzazioni vocali di Phoelix) o l’elegantissimio boom bap di Don’t Forget About Me. Si spazia poi dai numeri super groovy (Blaxploitation) a quelli misticheggianti (Prayer Song) in egual misura. Equilibrio e stile a palate, per un disco che non sposta nessun equilibrio ma si lascia ascoltare con sommo godimento. (7.4/10)

Tierra Whack invece, con il suo Whack World, firma un disco calato a fondo nel 2018 sin dalla struttura: 15 pezzi da un minuto di durata ciascuno. Sono schegge di pop perfetto, distantissime da qualsiasi poetica del non-finito: non durano poco in quanto bozze di folgoranti idee incompiute, ma per precisa scelta (po)etica. Un minuto è evidentemente la durata di un video caricato su Instagram, e in un oggi dalla capacità di attenzione sempre più ondivaga, incostante, frammentaria e bulimica, un disco del genere sembra confezionare il prodotto perfetto per rispecchiare le modalità fruitive contemporanee irrimediabilmente filtrate dai social. Davanti a una generazione Z sempre più incapace di concentrarsi sulla stessa cosa con continuità, ecco il disco perfetto per non doverlo fare. Così la Whack ci sbatte dentro un po’ di tutto: trap, pop rap, r&b, nu-soul e persino synth-funk (Hookers), con un filtro DIY da bedroom-music a setacciare costantemente. C’è poi tutta un’aura weird e cartoonesca, respirabile nel cortometraggio omonimo – in cui la faccia della Whack appare spesso deformata, quasi fosse una novella Aphex Twin – e grazie a curiose stranezze seminate qua e là (come i samples di cani abbaianti in Pet Cemetery). Il giochinio del denied orgasm spesso risulta davvero frustrante, soprattutto nel caso di papabili singoli killer come Hungry Hippo che finiscono davvero troppo presto. Ma forse è proprio questo il messaggio del disco: se tornassimo in grado di mantenere la concentrazione con più costanza, ci godremmo le cose davvero. A forza di procedere a scampoli, non si apprezzano le cose veramente belle. È un pelo moralista, ma nondimeno necessario e urgente. (7.4/10)

18 Dicembre 2018
Leggi tutto
Precedente
Waajeed – From The Dirt
Successivo
Rob Marshall – Il ritorno di Mary Poppins

album

album

recensione

recensione

recensione

recensione

artista

artista

Altre notizie suggerite