• Ott
    20
    2014

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Prima di arrivare all’esordio sulla lunga distanza, Objekt, ovvero il britannico TJ Hertz, non ha sbagliato un colpo. Partito con una personale interpretazione della tech/half step per poi concentrarsi su un piano techno per basi spezzate e attitudine going-back-to-go-forward, il producer arriva all’esordio sulla lunga distanza su una PAN che ha appena sfornato un grande album – Koch di Lee Gamble – con uno di quei lavori elettronici che segnano il passo in modo ancor più determinante.

Questo Flatland, che capitalizza le ultime incursioni sul formato EP con Objekt #3 e Hypnagogia (quest’ultimo in split con i Dopplereffekt del Drexciya Gerald Donald, uno degli eroi del ragazzo, assieme agli Autechre) rappresenta l’approdo a un’elettronica che sa muoversi tre le tradizioni sperimentali che vanno dai maestri techno (oltre ai Drexciya di Donald citiamo anche i Cybotron) a quelle britanniche di Aphex Twin e Mu-Ziq (braindance e albori IDM in testa) con profonda maestria, conoscenza dei software e hardware per fare musica e un tocco di calcolato luddismo.

Hertz, del resto, ha studiato ingegneria ad Oxford e lavorato presso Native Instruments, la compagnia dietro a software per fare musica come Reaktor e Traktor, e tra gli utenti del Dubstep forum è conosciuto come uno dei draghi della produzione, una sorta di giovane Richard D. James insomma. E di fatto i paralleli con il genio della cornovaglia non finiscono qui, anche perché, ascoltando Flatland nei suoi momenti più estrosi ai pad, synth e drum programming, non può che venire in mente il discorso elettronico affrontato in Syro. Di filata, c’è sicuramente da rimarcare tutto un portato di pulsazioni e bleep asciutti e, ancor di più, quel gusto per la costruzione senza deflagrazione (di bassi) di ascendenza dopplereffektiana, non ultimo, qualche tocco d’astrazione “a gravità zero” che abbiamo sentito nei Jam City e nelle produzioni di Logos (Agnes Apparatus, First Witness).

Il risultato della combinazione di questi elementi, condotto con senso estetico e un gusto morboso per entrare e toccare con mano i circuiti dentro le macchine, è davvero evocativo, a tratti sorprendente, equidistante rispetto ai concetti di futurismo e retrofuturismo. Disco da ascoltare rigorosamente spegnendo ogni device elettronico, osservandolo, magari, con il paradosso espresso dallo stesso producer, “da tutti i punti di vista contemporaneamente“.

27 Ottobre 2014
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