Recensioni

Ogni album una storia, ogni lavoro un passo differente e un processo creativo che racchiude una frazione della vita di Kevin Barnes. Negli ultimi dieci anni, ovvero dopo che il relativo successo di Hissing Fauna… ha aperto la fase maggiore della carriera degli Of Montreal, il gruppo è passato da uno sfrontato ermetismo capace di frustrare anche il fan più entusiasta (quello Skeletal Lamping, l’album che segnava uno dei momenti di maggiore instabilità emotiva di Barnes), al desiderio di confrontarsi con la sintassi del pop contemporaneo (le collaborazioni importanti e gli esperimenti R’n’B di False Priest). Ancor più di recente Lousy with Sylvianbriar inaugurava una riorganizzazione delle strutture sonore della band verso un formato più digeribile; concetto ripreso anche dal successivo Aureate Gloom a cui toccava il compito di metabolizzare la separazione di Barnes dalla moglie con un glam rock decisamente più diretto e di dichiarata ispirazione newyorchese.
Questo piccolo sunto ci serve per inquadrare un nuovo lavoro che se esteticamente prosegue nella sua marcia di avvicinamento ad un pop più regolare (seppur intimamente sopra le righe), liricamente sembra voler affrontare uno dei temi cari al collettivo: quello dell’identità. Si tratta di un concetto con cui la band gioca incessantemente, al punto da metterlo continuamente in discussione. Questo avviene certamente negli album (il loro, pur nella continuità garantita dall’indole eccentrica, è un continuo reinventarsi) ma anche nei live, in cui Barnes e soci sono soliti presentarsi con travestimenti che occhieggiano tanto al glam più glitterato quanto al teatro panico (e talvolta finiscono per fare il verso al Peter Gabriel del periodo Genesis). In questo senso, Innocence Reaches si presenta come la sentenza definitiva su un certo modo di intendere non solo l’arte, ma la vita stessa. Lo fa con alcune delle migliori melodie pennellate da Barnes (questa volta straordinariamente in forma), ma anche con gli arrangiamenti più deboli di sempre. L’opener Let’s Relate, con il suo synth-pop comicamente bidimensionale, setta il clima generale di un album che musicalmente riassume l’ultimo decennio di vita della band, ma in cui mancano gli scarti imprevisti, le soluzioni poco ortodosse e in generale tutto quello che rende la musica del gruppo interessante. È un problema che viene drammaticamente allo scoperto nei brani electro oriented (quelli in cui probabilmente pesa l’inesperienza di Barnes, che questa volta pare aver fatto tutto da solo), come nei pattern scolastici di Trashed Exes. A ben vedere, però, non vengono risparmiati neanche i frammenti più schiettamente rock, se un brano come Les Chants de Maldoror si protrae inutilmente per sei minuti, stemperando un brillante glam bowiano in sgangherati assolo e chincaglierie noise di seconda mano.
Un vero peccato, un po’ perché brani come la già citata Let’s Relate e la psycho disco di It’s Different For Girls, meritano già da ora di figurare fra i classici della band. E poi perché il cuore dell’album sta dalle parti di un funk algido e dannatamente cool, a cui la ripetitività fa gioco, soprattutto se unita al crooning sensuale di Barnes, che ormai ha quasi definitivamente dismesso i toni cartooneschi per indossare i panni del novello Prince.
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