Recensioni

Come ogni discorso che vede Netflix protagonista, ci sono pro e contro. Sono temi più volte ripetuti nel corso degli ultimi anni, specialmente dopo la diatriba di livello internazionale scatenatasi nelle ultime due edizioni del Festival di Cannes, dove la piattaforma digitale ha prima suscitato lo sdegno generale per la sua partecipazione in concorso (2017), per poi essere rinnegata dalla stessa manifestazione per un anacronistico senso di superiorità della sala, e regole francesi sullo streaming ad accompagnare (2018). Ora, oltrepassato lo scoglio durissimo del pregiudizio verso tale medium di fruizione, un medium che lentamente si imporrà a livello globale fino a diventare la vera egemonia nel campo dell’intrattenimento casalingo (con l’annunciato arrivo di Apple TV+ e Disney+), non si può non applaudire un servizio – Netflix in questo caso – che è in grado di portare in maniera così fluida sui nostri schermi (anche se piccoli) il tentativo della cinematografia internazionale (specialmente europea) di rivalutare il genere e riportarlo ai fasti degli anni Sessanta e Settanta, dove con nonchalance il pubblico nostrano passava dal fantascientifico La decima vittima (Petri) al più serioso Un borghese piccolo piccolo (Monicelli), da Milano Calibro 9 (De Leo) a Il mio nome è nessuno (Valerii-Leone), dal proto-cinecomic Diabolik al giallo 5 bambole per la luna d’agosto firmati in sequenza dallo stesso Mario Bava.

Questa diversificazione è andata via via scemando negli anni per una serie di cause che sarebbe troppo lunga da elencare in questa sede (l’avvento dei grandi blockbuster americani che allargò la forbice nel budget a disposizione dei produttori e la dipartita di alcuni dei più importanti produttori nostrani sono tra queste), ma che il colosso Netflix si sta impegnando a riportare in auge con alcuni progetti collaudati e impacchettati a modino. Dalla fantacienza di Arq al noir di Shimmer Lake, passando per La scoperta (favola/incubo in salsa indie-Sundance) e Okja, fino ad arrivare allo stesso amato/odiato Bandersnatch, operazione di certo improponibile per la fruizione in sala, ma affermazione assoluta della visione in solitaria. Dall’horror (1922) al film muscolare (Triple Frontier), dal fantasy (Bright) allo splatterone (The Babysitter). Negli ultimi anni anche il nostro Paese sta intessendo una rete di accordi che ci ha portato a prodotti di assoluta rilevanza internazionale (Sulla mia pelle e Suburra – La serie), tentando proprio la carta del film di genere (con Rimetti a noi i nostri debiti e il recente Lo spietato).

La Spagna, invece, sembra non accusare alcuna stanchezza nella rielaborazione fantasiosa dei generi di riferimento, continuando a sfornare storie su storie dal fascino quasi irreplicabile. Si pensi a prodotti tra loro diversissimi come El Bar di de la Iglesias, Una donna fantastica di Lelio, l’animazione di Ancora un giorno di de la Fuente; la penisola iberica è presente anche in co-produzioni importanti come quelle in Neruda di Larràin, I fratelli Sisters di Audiard (in uscita il 2 maggio) o in Escobar – Il fascino del male e Tutti lo sanno, che sfruttano lo strapotere mediatico della coppia di superstar formata da Javier Bardem e Penelope Cruz. In campo seriale si rintraccia la stessa propensione alla diversificazione attraverso il genere: La casa di carta è l’esempio più emblematico, capace di conquistare l’attenzione internazionale, ma anche un prodotto come Se non ti avessi conosciuto ha al suo arco diverse frecce a disposizione, grazie a un’impalcatura sentimentale impreziosita ripetutamente da sferzate di fantascienza.

Arriviamo dunque a Oriol Paulo, emerso come sceneggiatore in Con gli occhi dell’assassino (prodotto da un certo Guillermo del Toro) e che nel 2012 compie il fatidico esordio alla regia con El cuerpo, già un primo tentativo di contaminare le atmosfere tipiche della detective story con dramma e orrore, ma l’estro visivo e soprattutto narrativo di Paulo emerge con Contrattempo, pellicola quadratissima dotata di un concept più che accattivante e un senso del ritmo invidiabile (con l’idea poi riproposta a mo’ di copia carbone anche nel remake italiano, Il testimone invisibile). Giunto alla sua terza fatica, Paulo si sporca le mani con una materia non facile, ovvero i viaggi nel tempo, i mondi alternativi e i suoi effetti sulle persone, quindi sui ricordi, gli unici in grado di dirci chi siamo e da dove veniamo. Elementi sicuramente complessi e complicati insieme, che il regista spagnolo dosa con leggerezza e – ancora una volta – il gusto per la detective story e le sue regole più elementari (i colpi di scena, telefonatissimi per lo spettatore/lettore più navigato, sono comunque tutti posizionati in maniera pressoché impeccabile); sottotraccia, ma in bella vista, rimane più di qualche spunto di riflessione sulla casualità dell’esistenza (l’omicidio che apre la pellicola), sul come certi avvenimenti storici possono rappresentare uno squarcio nella storia dell’umanità (la caduta del Muro, a ricordarci che un tempo i muri li abbattevamo). Inoltre Paulo, con Durante la tormenta, è attento a ogni necessità del suo pubblico, sempre più vasto ed esigente, quindi non può mancare neanche il triangolo sentimentale, qui spalmato attraverso due linee temporali e che troverà una logica conclusione.

In attesa di vederlo all’opera con altre tipologie di contaminazione, quello di Oriol Paulo è un cinema che sperimenta, osa, fa del rischio calcolato la sua cifra più riconoscibile per tirare a sé affezionati del genere e spettatori occasionali, e per Netflix non c’è paradigma migliore.

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