Recensioni

7.2

Nel 2012, con la triade “rivale” Livity Sound ad incalzare da una parte e lo scacchiere più allargato dei producer britannici (e non) a puntare sempre più sull’house, Kevin McAuley, ovvero il più underground del triangolo produttivo a capo di Hessle Audio, metteva le cose in chiaro su quella che è e sarà una delle ipotesi Uk techno più autorevoli e convincenti sul dancefloor, allora come oggi: il disco a cui ci riferiamo, in verità un doppio 12”, era Release, e anche riascoltandolo, a quasi un lustro di distanza, non ha perso smalto sia nelle continuità con l’UK dubstep (Middleman), sia nei suoi momenti più geniali tra jungle, electro-astrazioni di marca Autechre e improbabili campionamenti, come quello di Game (dove la voce che recita «Just make sure you ahead of the game» è quella di Missy Elliott). McAuley ha poi ribadito il verbo due anni più tardi, nell’altrettanto valido mix per la serie FABRICLIVE 73, dove, ad ampliare la sua visione, trovavano posto le ipotesi industrial di Shifted e Ventress ma anche riavvolgimenti sul catalogo Plus8 (peraltro già ampiamente saccheggiati quell’anno anche nei dj set di Pinch) e, non ultime, doverose citazioni del giro Mumdance e co.

Nel frattempo, un altro pilastro della UK techno come Untold volava sempre più sperimentale e materico, mentre Kowton ha iniziato a marcarlo stretto, tanto che quest’anno il suo Utility (ispirato dalla produzione di Robert Hood) poteva anche esser visto, col senno di poi, come una preview di ciò che lui stesso avrebbe potuto prepararci. In Drum Play è anch’esso, in effetti, un disco pronto per il dancefloor con gli scarti giusti per l’ascolto immersivo in cuffia, ed è anch’esso un disco più quadrato rispetto a quanto fatto in passato. Eppure è il disco con il quale Pangaea si scarta con coerenza da facili etichettature e incartamenti. Innanzitutto è l’album più colorato e anche leggero finora composto, poi anche quello più vario, aperto a qualche filamento melodico (l’iniziale Mutual Exchange) come a dell’hard electro-house (Rotor Soap), a tocchi Hi NRG (More Is More To Burn) come all’ambient (Scaled Wing), a campionamenti hip hop alla Shut Up And Dance (One By One) come all’r’n’b dalle parti di Kelela (DNS), e non ultimo a certo citazionismo rave di classe (Skips Desk, degna dei primi Underworld). Poi ci sono le linee di continuità con il passato: una Bulb in Zinc che riprende wobble e tensioni dark-futuristiche su severi frattali garagisti à la Different Circles, o una One By One con un lavoro sulle drum machine non lontano da Shed, il tutto ben assemblato e coeso, senza che la tracklist s’ascolti come una compilation.

In Drum Play significa anche “Pangaea che gioca coi ritmi”, ritmi che possono assumere asciutti smalti andini o africani. Questione di texture ben calibrate, anche vocali alla bisogna, senza che neanche questa volta si possa parlare alla leggera di linea melodica vocale. Le voci piuttosto, meno compresse e frizionate rispetto a Release (salvo Lotfy Can), sono contrappunti ritmici, espedienti per farlo respirare come gli “Yee” filo-Acid House o gli “Eeee” savana style. È vero, ritroviamo ancora i primi Autechre nel disco (One By One, Send It In). Tornano dunque gli hangar da esplorare, le spugnosità del dub, ma sopratutto torna un McAuley in freschezza, sorprendentemente divertito nel manovrare filtri e campioni, leggero come il portato dello stesso mix, che non è il solito corollario di distopie techno (e anche quando flirta con quelle, si trattiene dal calcarci la mano). In chiusura, un vocalizzo r’n’b “in chiaro” si scioglie in un 4/4 di gommosità in tunnel vision (DNS): siamo dalle parti dei migliori Underworld per capirci, ed è una bella chiosa per un disco non rivoluzionario ma vivo, prodotto con mano ferma e humour sottotraccia, una balistica tra severità e svago. Powell, impara da lui.

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