• Set
    07
    2018

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Capitol

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C’è da invidiarlo, Paul McCartney. 76 anni suonati e un fisico snello come quello di un ventenne, ma soprattutto energia da vendere. Potrebbe starsene in poltrona a vivere esclusivamente di diritti di autore – uno come lui quanto percepirà, annualmente, di royalties dai brani che ha scritto negli anni, tra Beatles e carriera solista? Probabilmente cifre che noi comuni mortali non possiamo neanche immaginare – e invece continua a sfornare dischi. Nelle ultime settimane è stato praticamente ovunque per la promozione di questo Egypt Station, rilasciando interviste in cui ha dispensato strategicamente aneddoti curiosi riguardanti la sua ex band (tra masturbazioni di gruppo e riflessioni sulla fine dei Beatles, ma anche rimpatriate sulle strisce pedonali di Abbey Road e nel mitico Cavern Club di Liverpool, e molto altro) fino a dare prova di grande ironia in format divertenti come Carpool Karaoke. Sempre unendo a quell’aplomb tipicamente british una diplomatica benevolenza da “regnante illuminato” – della serie: è vero, ho scritto la storia della musica moderna e mi piacciono gli agi garantiti dalla mia posizione, ma in fondo sono ancora uno di voi…(sì, certo, caro Paul) – che sarà stata certamente ben pensata dal punto di vista della comunicazione, ma almeno dà un’immagine di (presunta) umiltà che i Kanye West di questo mondo possono scordarsi.

Ah giusto, Kanye West. Voleva produrlo proprio lui Egypt Station: il buon Macca gli ha invece risposto che no, non c’era bisogno, visto che sapeva già in che direzione muoversi. Una direzione molto diversa da quella del precedente New (2013), quest’ultimo un album intrigante e tutto sommato coraggioso di – potremmo chiamarlo così – “modernismo rock” applicato al verbo mccartneyiano. Il diciottesimo disco solista del Nostro, da questo punto di vista, è invece un po’ più “reazionario” – la principale critica che si legge anche sulla stampa estera, con cui concordiamo, è che metta in pratica una sorta di auto-citazione verso la produzione solista anni settanta/ottanta del musicista – e basta ascoltare un brano come Come On To Me per accorgersene, uno scherzetto in puro stile Beatles irresistibile, orecchiabile, ma un tantino datato. Non va meglio quando Macca decide che è venuto il momento di fare concorrenza a Image Dragons, Mumford & Sons e compagnia, ad esempio nella Fuh You prodotta da Ryan Tedder, uno che ha lavorato anche con Beyoncé: un voler ma non poter aspirare all’empireo del pop contemporaneo che suona piuttosto trascurabile.

Tra gli altri brani, prodotti da Greg Kurstin (Adele, Sia, Beck e molti altri), ci sono anche pietanze invitanti, che a volerle assaggiare senza la spocchia del critico saccente, lasciano un gusto piacevole in bocca: Happy With You, per esempio, con la sua chitarra acustica in primo piano e i vaghi sapori raga, sarebbe piaciuta a George HarrisonConfidante è una ballata apprezzabile, People Want Peace è un mid-tempo che cita la Give Peace a Chance di lennoniana memoria, riuscendo a suonare – nonostante la piattezza del titolo – non stereotipata.

Non stiamo dunque parlando di un brutto disco in assoluto, ma di un album discontinuo e senza un carattere preciso (vedi anche i ritmi sudamericani di Back In Brazil, seguiti da una Do It Now con aspirazioni quasi orchestrali e da una Caesar Rock che suona davvero pacchiana, con quel funk grossolano in primo piano e gli assoli di chitarra). Quanto questo sia un pregio o un difetto, lo lasciamo decidere a voi; il nostro giudizio sta un po’ a metà strada, come dimostra il voto finale.

17 Settembre 2018
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