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La ricerca di affetto e stabilità è sempre stata uno dei più caratteristici temi affrontati da Paul Thomas Anderson nel corso della sua carriera cinematografica. Era così per John Finnegan, che assimilava il nuovo amico Sydney a una figura paterna, nonostante le ombre che questi si portava dietro in Hard Eight; il Dirk Diggler di Boogie Nights saltellava da un ambiente all’altro prima di approdare al porno e trovarvi una vera famiglia; la figura paterna è nuovamente centrale ma frammentata nel corale e altmaniano Magnolia, dove il destino gioca per la prima volta in Anderson un ruolo mai così predominante e che diverrà un leitmotiv tra i più affascinanti della sua poetica d’autore, che in Ubriaco d’amore si immerge in un romanticismo schizofrenico e dolcissimo, vero punto d’arrivo di una prima parte di carriera impressionistica.

Ad elevare al livello successivo questo procedere sinuoso tra le pieghe dell’animo umano arrivò Il petroliere, vera pietra angolare, nel quale però lo spettro degli affetti gioca un ruolo più subdolo: per il pioniere protagonista Daniel Plainview sono un ostacolo da abbattere, per il figlio H.W. l’ultimo baluardo di speranza per salvare il rapporto da sempre conflittuale con la figura paterna. Il fulmine a ciel sereno con The Master, in cui paterno e fraterno si scambiavano in un continuo gioco di specchi e di doppi, fino al finale amarissimo e consolatorio a un tempo; mentre il Doc Sportello di pynhconiana ispirazione in Vizio di forma cerca nel sogno e nel lisergico tutto quello che ha perduto, che non ha saputo o voluto tenersi stretto, ciò che invece vuole e riesce a fare Alma con il suo Reynolds Woodcock in quel delirio post-romantico de Il filo nascosto.

Non c’è dubbio che, come si è letto spesso in giro, il soggetto principale di questo ANIMA nasca da un’idea di Thom Yorke e del coreografo Damien Gilet, già all’opera in passato con, rispettivamente, musiche e coreografie del Suspiria di Luca Guadagnino; così come è evidente che Yorke stesso abbia concepito il suo nuovo album da solista come corollario della sua esperienza nella composizione precedente, un lavoro in grado di lasciarlo quasi incompleto (per usare le sue parole), con un vuoto da colmare assolutamente con un nuovo progetto, una nuova storia, più immediata e meno cerebrale e cervellotica della precedente, più sinuosa e meno geometrica. Eppure, al contrario di quanto affermato dallo stesso Anderson (ovvero di essere stato un semplice terzo incomodo nel progetto), tecnicamente questo cortometraggio della durata di poco più di 14 minuti mette in risalto tutte le peculiarità tecniche di un regista in splendida forma, probabilmente uno dei più grandi cineasti viventi (e non). Si parte da un’immagine: «Umani e ratti si scambiavano di posto. Un sogno. E man mano che mi svegliavo, mi arrivavano queste immagini limpide di ragazze claudicanti in tacchi, ma in realtà erano topi, mentre gli esseri umani erano nei canali di scolo. Ne ho avuta anche un’altra di immagine, stavolta nella città di Londra, dove tutti i grattacieli si mischiavano tra loro. Per qualche ragione pensavo che un buon modo di esprimere l’ansia in maniera creativa fosse in un ambiente distopico». Un viaggio in metropolitana in cui il pensiero degli essere umani appare assoggettato a un’unica irremovibile volontà, o all’assenza di quest’ultima se vogliamo.

Tuttavia, basta uno sguardo, una complicità appena accennata tra due volti, un semplice gesto e tutto può essere messo in discussione. Anche la stabilità del nuovo sistema costituito, che infatti si ribella a questa violazione. Anderson con poche e veloci inquadrature riesce a rendere tangibile l’atmosfera da 1984 che aleggia nella narrazione, imbastisce una serie di sequenze slapstick e fa di Yorke il suo Buster Keaton personale (Not the News). Lo manovra e lo sballottola a destra e sinistra, lo inserisce in scenari da espressionismo tedesco contaminati con il gusto sovietico per l’inquadratura simbolica (Traffic). Il personaggio si dimena, lotta e insegue lo spettro del suo desiderio, come il Freddie Quell di The Master non si lascia abbattere e si rialza ripetutamente, ma non ottiene risultati.

L’andatura sinuosa e indagatrice della macchina da presa (antitetica rispetto alla macchina a mano di Daydreaming), quasi una presenza minacciosa che man mano che la narrazione procede accetterà di buon grado di concedere felicità al suo protagonista. È solo quando questi desisterà e si lascerà guidare dalle sue sensazioni, dall’istinto più che dalla volontà, quando ritroverà la sua vera umanità, dissociandola da una serie ripetuta di movimenti e gesti, che sarà in grado di ricongiungersi con l’amore che l’aveva sempre atteso. Con cui potrà lanciarsi in una danza per le strade di Praga (Dawn Chorus), salire sopra un tram e lasciarsi cadere in un abbraccio, giusto in tempo per addormentarsi nella spensieratezza di un sogno finalmente non più incubo.

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