Recensioni

7.8

Appartenente all’ondata di producer che hanno saputo evolvere e mutare su altri lidi la dancefloor music basata sull’intorno produttivo del dubstep, David Kennedy, ovvero Pearson Sound, noto anche come Ramadanman (fino al 2011), è uno dei migliori forward thinker della sua generazione così come Hessle Audio, label co-gestita assieme a Ben Ufo e Pangaea, ha fondato una legacy di tutto rispetto all’interno dello scacchiere delle etichette elettroniche britanniche dell’ultimo lustro.

Partito come una macchina di ritmi asciutti e scalcianti ritmiche HD che pescavano e rielaboravano – con finezza, eclettismo e pulizia sonora degna dei migliori producer drum’n’bass – le tendenze elettroniche più fresche del lustro 2007-2012, il londinese ha successivamente spinto per quanto possibile l’acceleratore sul ruolo di dj (da solo e in showcase con la label) ma anche di remixer (The XX, Radiohead, Disclosure…), rallentando la produzione sua e dell’etichetta per dedicarsi nell’ultimo biennio a un nuovo processo creativo che è passato attraverso la narrativa del grime (Crimson) e i poemi tonali (Raindrops), oltre al consueto coinvolgimento alla radio Rinse.fm con slot Hessle Audio mensili e, ora, settimanali.

Nel frattempo Livity Sound (vedi l’ottimo remix album) e un nuovo comparto producer hanno fatto girare nuovamente la trottola e con la produzione dell’etichetta a ridursi al lumicino, serviva oggi più che mai uno statement autorevole, qualcosa che chiudesse un cerchio e magari ne aprisse un altro. Qualcosa che non fosse una risposta a Mumdance (vedi la sua Underdog) e alla cricca del Boxed o al riffage di scuola Boddika e Joy Orbison (per i quali ha pubblicato sulla loro Nonplus uno split nel 2013 proponendo Quivver).

Nelle nove tracce dell’album Pearson Sound sceglie una strada tangente a sound design e dancefloor, intersecando più volte i segnali e mantenendo un approccio assieme fisico e poliritmico, foscamente aereo, tonale e macchinico. Togliendo la luce alle sue prime produzioni e applicando un metodo compositivo ben preciso, Kennedy immerge l’ascoltatore in un mondo primitivo e afrofuturista che a tratti sembra una lucida visione immaginata da Kode9 (Headless), a tratti Shackleton alle prese con il cubismo (Crank Call).

Non mancano richiami, trasfigurati, alla ghetto music, a Chicago, e anche a Düsseldorf, sia per l’uso delle timbriche, sia per l'(uber)centralità del ritmo, tanto che viene da pensare a queste tracce come a dei dj tool (Glass Eye) per qualche macchina robot di Squarepusher. Il disco finisce con un drumming inesorabile strattonato da visioni tubolari e deformanti, kling klang sparpagliati nel mezzo. Sembra una fonderia per spade, e pertanto conserva tutta l’eccitazione di un banger da techno club. E’ soltanto una delle nove facce di un ottimo lavoro. Fuori dal tempo proprio come i migliori album degli Autechre, lontano dalle facili visioni distopiche e da tanta fragile moody electronic music di oggi.

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