Recensioni

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Forse stavolta ce la faranno i Preoccupations, una delle formazioni più “sfortunate” del nuovo millennio. Dapprima la tragica morte di Chris Reimer mise la parola fine all’esperienza indie-art-rock dei Women che, facendo transitare la sezione ritmica formata dal basso di Matt Flegel e dalla batteria di Mike Wallace, fece nascere per gemmazione e vicinanza stilistica la nuova esperienza Viet Cong. Poi, dopo un paio di ottimi lavori (il primo passo Cassette e l’esordio lungo omonimo) che avevano messo sulla rampa di lancio la band canadese, lo scontro con una di quelle bislacche aberrazioni del politically correct made in USA – roba toccata in passato anche a band come Arab On Radar, per dire – che “consigliò” il cambio del nome nella nuova, si spera definitiva, sigla. A tutto ciò basta aggiungere un “rimescolamento” nelle vite dei quattro – i citati Flegel e Wallace, il chitarrista Danny Christiansen e il multistrumentista Scott Munro – fatto di relazioni concluse, trasferimenti di residenze, cambi strutturali, ed ecco che Preoccupations diviene un passo in avanti ulteriore in una discografia impazzita e frastagliata com’è quella dei qui presenti.

Un suono sempre teso e vibrante, chitarristico e spigoloso, vario e caleidoscopico, ma più incupito rispetto al passato, virato verso un post-punk screziato di forti umori dark-wave, mai monolitico ma in grado di condensare esperienze e influenze tra le più disparate: gli echi dissonanti dei primi Sonic Youth dispersi intorno alla metà della suite Memory o lo scarabocchio prog-wyattiano di Sense, uno spruzzo di ritmo&elettronica che potrebbe rimandare sia ad una specie di p-funk malato, sia alle prime iniezioni black su musica bianca (sempre ai fine Settanta inglesi si torna…), e una insistenza oneidiana nella reiterazione di cifre musicali ben architettate (Zodiac ne è un ottimo esempio, seppur virato su panorami wavey). Unite al tutto pezzi ben equilibrati (Degraded, Stimulation, Forbidden) su cui aleggiano umori wave melodici alla Echo & The Bunnymen o Cure dei tempi andati, e avrete un ottimo album e, di conseguenza, un’altrettanto ottima introduzione ad una band di cui conoscevamo già le potenzialità e a cui diamo il bentornato. Sempre che non cambi nome da qui al prossimo disco.

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