Recensioni

6.3

Sembra strano a dirlo, ma il rap-metal che un tempo – ormai un po’ di tempo fa… – era venuto fuori come la cosa più nuova a livello di stile in ambito rock si è poi bloccato sul nascere, o almeno non è andato molto più in là di dove era partito. Il fatto che ancora adesso idolatriamo il primo album dei Rage Against the Machine (ed è difficile trovare qualcosa che ci possa competere) e la fine nemmeno tanto gloriosa del nu-metal, ci dovrebbero avere insegnato qualcosa che suona più o meno così: pure le idee più forti possono avere poi le gambe stranamente corte. Le idee più sincere continuano però a vivere lo stesso, e non abbiamo dubbi che il progetto dei Prophets of Rage abbia un senso, se si tratta di ritrovare un fronte-rock rap politico contro la destra USA attualmente al governo. Se da un lato andremmo di corsa a vederli dal vivo, dall’altro, sul rendimento discografico, era normale essere un po’ più scettici. L’anticipazione del resto non aveva dissipato i dubbi, semmai li aveva accentuati. Un album ben concepito e suonato altrettanto bene li ridimensiona (i dubbi), ma non li cancella.

Meglio sicuramente i pezzi originali messi a punto per questo organico, rispetto alle varie cover di cui era infarcito l’EP di questa estate. Se invece si parla di riempire il vuoto lasciato dai Rage Against the Machine, è meglio sorvolare. Forse non ci riuscirebbero nemmeno i RATM al completo. La questione se i Prophets of Rage siano solo i Rage Against the Machine con un altro nome (e altre due voci, ovvio) o un’altra band rimane un po’ nel limbo. È abbastanza eloquente il sound RATM 2.0 di Radical Eyes e Unfuck the World, due pezzi strutturalmente ben fatti e che hanno pure i ganci giusti (e le due voci funzionano). Non è proprio lo stesso sound – il timbro è più elettronico e c’è un dj in più– ma che Morello, Commerford e Wilk finiscano in quella che è poi la morsa delle loro stesse invenzioni e del loro personale stile è quasi inevitabile. Oltre che comprensibile.

Morello è capace ugualmente di stenderti con uno dei suoi derapatissimi assolo destrutturati e gli altri macinano ritmo come sempre alla loro maniera, funky e serrata. Non ci sono pezzi fiacchi o brutti, solo che in uno spartito che spesso ci sembra di conoscere fin troppo bene (i risaputi riff post-zeppeliniani di Living on the 110 e Hail to the Chief che più Rage Against the Machine non si può) preferiamo sentire i profeti scollinare nel funk più funk secondo varie declinazioni – quella hendrixiana di Legalize Me e quella à la James Brown di Take Me Higher. E li sentiamo anche più vivaci nell’hip hop suonato, pur con accenti sempre rock, di Fired a Shot o Who Owns Who. Parliamo pur sempre dei principi del rap-metal, ok; solo che con due rapper così – finiamola di pensare a Zack de La Rocha, Chuck D e B-Real sono pur sempre Chuck D e B-Real – potevano provare a rilanciare il loro verbo invece di confermarcene solo pregi e difetti, anche se con i primi – è opportuno riconoscerlo – in misura maggiore.

E intanto, l’album solista di Zack De La Rocha latita ancora….

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