Kanye West è il Metta World Peace della politica americana

Dal momento in cui ha ripreso ad inondare Twitter, collocandosi a metà tra un Osho surgelato e il suo stesso ufficio stampa, era questione di ore (o di tweet) prima che succedesse il patatrac. E così, puntualmente, è stato. Kanye ama Trump, e il Presidente da parte sua pensa che essere entrambi “energia di drago” sia una cosa molto figa. Per un’attenta cronologia che ricostruisca l’ennesimo sbrocco di Kanye vi rimando alla nostra news relativa. Proviamo invece a capire le dinamiche di questo nuovo harakiri mediatico, che in realtà di nuovo non ha proprio niente. 

Mi autocito dal monografico su West che potete trovare su queste pagine: «Questa mossa rappresenta già in sé un unicum nello star-system afroamericano […], ma calandola nel deviato e sconclusionato m(i/a)crocosmo mentale kanyano è subito evidente la natura (auto)riflessiva di questa ennesima “sbragata”. Nel 2016 ha trionfato un personaggio controverso, senza nessuna precedente esperienza politica, spregiudicato e costantemente border-line. Il fine giustifica i mezzi forse, e Trump ha cambiato le regole, probabilmente in modo irreversibile. Ha usato xenofobia, viscerale razzismo, misoginia, disprezzo per l’ecologia, oltre a un background finanziario non sempre limpidissimo per farlo. Ma l’ha fatto. Il passo verso il “se ce l’ha fatta lui, potrei anche farcela io” è desolantemente e ghiottamente (per lui) breve». Stavo parlando del tristemente famoso e delirante discorso tenuto durante una tappa del Saint Pablo Tour, ed è evidente come la lettura sia perfettamente applicabile anche a queste nuove uscite. Kanye non è mai stato davvero politicizzato, né con la sua musica né con le sue uscite. Almeno, non nel senso dell’eterno contrasto tutto americano tra repubblicani e democratici. Anche la celebre uscita in occasione dell’uragano Katrina «Bush doesn’t care about black people», che in tanti stanno riesumando oggi, rinfacciandogliela, non aveva assolutamente nulla di politico. Ai tempi, ed eravamo nel 2005, Kanye era nel pieno della sua fase “black-ofila”. Nel suo infinito tentativo di posizionamento commerciale, stava cercando di vendersi come popstar nera amata dai neri. La sua dichiarazione non era democratica, non era una rivendicazione da tought leader. Era semplicemente una furba strizzata d’occhio alla fetta d’America di cui voleva diventare l’eroe. Non c’è nessuno scarto tra il Kanye umanitario di quell’episodio e quello fuori controllo della famosa interruzione di Taylor Swift. Stava tentando di arrivare a quei neri di cui teoricamente avrebbe dovuto fare parte in ogni modo possibile. Ergendosi a loro rappresentante contro la presidenza repubblicana e rovinando il successo alla popstar bianca per eccellenza. 

Oggi Kanye ha abbandonato completamente quell’obiettivo. Per due ragioni: sa di non poter attaccare la leadership di Kendrick Lamar da quel punto di vista, e neppure gli interessa più di tanto. Negli ultimi anni l’ipertrofico ego di Kanye si è sempre più chiuso in sé stesso, in cicliche alternanze di esaurimenti nervosi e vulcanici momenti di fertilità creativa. Quello di Yeezus e The Life of Pablo è un West sempre più concettuale e avviluppato, perso in una bolla monadica piena di geniali deliri di grandezza. A livello di pop culture, la figura che più gli si avvicina per spregiudicatezza di metodo e assenza di limiti nelle  mirate provocazioni è ovviamente Donald Trump. Kanye non è un fascistone, non è un reazionario, non è un traditore del suo popolo. È sociopatico, narcisista, egocentrico e paranoico, e non ha un popolo. Sembra essere arrivato a un tal punto di delirio da, nella sua testa, non essere più né bianco né nero. In questo senso, il suo continuo spingere verso il culto del sé («I don’t agree 100% with anyone but myself», recita uno dei tweet più recenti) sembra lambire più un certo patinato satanismo pop à la Marilyn Manson che una reale adesione politica all’alt-right. Ad ogni modo, questa sua ultima uscita rappresenta un eclatante unicum storico. Mai prima d’ora una figura pop nera della sua caratura aveva messo in dubbio a questo livello la coesione politica dell’America nera. Kanye ha avanzato per la prima volta un dubbio, ben sintetizzato dal tweet di supporto di Chance the Rapper: «Black people don’t have to be democrats». Verrebbe da aggiungere che nel caso di Trump, la storica distinzione tra repubblicani e democratici perde in realtà di significato, e a prescindere dallo schieramento politico il popolo afroamericano dovrebbe restare coeso in sé stesso. 

Nei tweet più recenti però una parola chiave diventa sempre più preponderante, a palesare la definitiva chiave di lettura: love. Nell’ennesima, utopica visione di Kanye la linea di demarcazione tra repubblicani e democratici è semplicemente abolita, in favore di un ecumenismo abbraccia-tutti. I free-thinkers come lui e Trump sono presi in sé, come ideale metodologico anziché politico. Gli esempi più immediati di questo tipo di figura sono paradossi viventi come Candace Owens, una conservatrice afro-americana che già dalla definizione manda in cortocircuito qualsiasi stereotipo (con esiti infelici, urtanti, odiosi, ma tant’è). Il succo è: dire quello che si ha in testa, qualsiasi cosa passi per la testa, e appena passa. In questo senso, la recente inondazione di tweet è un fiume in piena sgorgato direttamente dall’affollatissima testa di Kanye. Chiaro è che le sue uscite restano quanto meno discutibili a livello ideologico, perché in quanto thought leader nero la mano tesa ad un razzista, misogino, populista, eccetera è anche fin troppo opinabile. Bisogna però fare attenzione a non travisarla. Alla luce delle ultime uscite sotto la voce “amore cosmico”, il suo supporto a Trump non è né politico, né tantomeno razziale. È una pura e semplice adesione di pancia alle strategie imprenditoriali di personaggi a lui limitrofi per coordinate: scomodi, fastidiosi, paradossali, contraddittori, discutibili e politicamente scorretti, facilmente odiabili.

Se prima la ventilata candidatura puntava al 2020, ora la data è posticipata di quattro anni, ovviamente quando il tempo utile del nuovo amico Donald sarà esaurito. La vena politica di Kanye comunque ancora una volta appare così de-politicizzata. West non è il Camillo Langone dell’hip hop americano, semmai punta ad essere il Ron Artest della politica USA. Ovviamente mi riferisco alla parentesi da Metta World Peace, quella tutta orsacchiottosa e “abbracciamo l’avversario se l’arbitro ci fischia fallo”, non quella formato Auburn Hills. E la spiegazione definitiva (?) agli ultimi avvenimenti arriva dal pezzo condiviso recentemente (per ora disponibile solo sul suo sito): Ye vs the People, che già dal titolo sembra richiamare il caso OJ Simpson. Nel duetto con TI, Kanye dà tutte le risposte che servono.

L’auto-contraddizione perenne è stata da sempre la cifra stilistica costante nell’incostante percorso di Kanye. Che peraltro sarebbe capacissimo domani di tornare sui suoi passi, dimenticarsi tutto o sparire per un altro po’. La soluzione per districarsi nel suo marasma di polemiche non è, come suggerito da qualcuno, smettere di ascoltarlo e cancellarlo dai propri orizzonti con una medievale damnatio memoriae. Piuttosto bisognerebbe continuare a leggere, ascoltare, informarsi, discutere, provare a capire e soprattutto prendere Kanye per quello che è: una caotica macchietta, che usa la provocazione come principale mezzo di auto-promozione ed è ancora (speriamo, ma lo sapremo a breve) capace di mescolare le carte nell’Oggi musicale. Ma non prendetelo come un leader politico, perché non lo è mai stato. Lui, come al solito, sta facendo auto-promozione. Lasciategliela fare, facendovi due risate e lasciandovi titillare dalla curiosità per i suoi prossimi passi artistici. Di rapper che usano la musica per provare a cambiare il mondo (anziché viceversa) ce ne sono molti. Il più bravo di loro ha appena vinto un Pulitzer.  

30 Aprile 2018
30 Aprile 2018
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