• Ott
    03
    2013

Album

Def Jam Recordings, GOOD Music

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Prima di firmare per G.O.O.D. Music e divenire un protégé di Kanye West,  Pusha T costituiva assieme al fratello Malice il duo Clipse, con il quale ha prodotto tra il 2002 e il 2006 una manciata di dischi tra i migliori nel mondo del gangsta rap. Un ritratto cinico, doloroso e al contempo gioioso e sprezzante della vita di due boss del narcotraffico. Eppure questo non li ha salvati da una lunga lista di sfortune, soprattutto con le label, ma peggio ancora non li ha salvati dal divenire presto irrilevanti in un mercato che da specialistico e attento si stava trasformando sempre più in un mercato di largo consumo, mano mano che lo street rap diventava sempre meno ambiguo e sempre più epico ed esplicito.

Fortunatamente, dopo lo scioglimento dei Clipse, il talento di Pusha T è stato coltivato con grande entusiasmo da Kanye West, che già nel 2010 lo fa comparire con una appropriatissima strofa nella nota Runaway. Il sodalizio è alquanto particolare, visto che il resto dei rapper accasati preso G.O.O.D. Music sono ben lontani dal rap di strada, ma questa peculiarità ha anche permesso l’accesso di King Push nello stardom del rap attuale, con un ritorno di visibilità e risorse mai raggiunti prima con i Clipse. Purtroppo, per un motivo o per l’altro, le prime due uscite, i mixtape Fear of God 1 e 2, sono state grandi occasioni sprecate, caratterizzate da un rap mai così sgonfio e senza ispirazione.

Il più recente mixtape Wrath Of Caine, era invece un discreto passo avanti, anche se per quanto ci abbia regalato un singolo devastante come Millions, si era ancora lontani dal livello irresistibile di Hell Hath No Fury. Mancava in primis un sound peculiare: se i Clipse non hanno mai suonato come nessun altro, il Pusha T attuale sembra totalmente incastrato nell’onnipresente trap da classifica. A mancare era anche il punto di vista controverso e ambiguo dei vecchi album, ma sopratutto i colpi di tacco al microfono che lo hanno reso il basomane più amato del rap.

Le cose hanno iniziato a prendere un’altra piega con questo My Name Is My Name: dal punto di vista musicale la collaborazione con Kanye West e Hudson Mohawke ha finalmente prodotto qualcosa dal taglio più personale, capace di flirtare con le sonorità expensive dei beat di Rick Ross ma passando anche attraverso il minimalismo industrial tipico di Yeezus. Un sound paranoico, svuotato dello slancio epico del gangsta-rap di fine 2000 e che ben si adatta al flow caratteristico di Pusha T, scazzato e rantolante come ci si aspetta da un tizio troppo fatto per rappare.

King Push, una delle intro migliori degli ultimi cinque anni, chiarisce da subito le intenzioni del disco: “I rap nigga about trap nigga, I don’t sing hooks“, un ritorno in grande stile ma anche un’invettiva contro i gangster di plastica dell’hip hop attuale. Effettivamente i ritornelli ci sono, ma vengono cantati tutti da altri, per un totale di dodici featuring ognuno dal sapore differente. Una trovata che tuttavia riesce a portare un po’ di varietà in un disco che risulterebbe alla lunga monotono, per via dell’eccessiva attinenza alla formula di base già presentata nel singolo Numbers On The Boards. Il problema è semmai che i rapper ospitati offrono quasi tutti una performance inconsistente, nella maggior parte dei casi spazzata via dal ritrovato estro nelle rime di Push.

Eppure, quando la formula funziona, ci regala dei momenti altissimi, sicuramente le migliori cose prodotte dal woo più famoso del rap sin dal lontano 2006. Sono da segnalare sicuramente Numbers On The Boards, l’ottima Nosetalgia, con l’ospite d’eccezione Kendrick Lamar – l’unico rapper nella lista degli invitati che non si presenta a mani vuote ma riesce a tenere testa al carisma del padrone di casa- , la fantastica Sweet Serenade, in cui la base inquietante fa da contrasto al ritornello dolce e sognante di Chris Brown  incredibilmente è il feat migliore del lotto – e fa da contesto perfetto per i racconti di immorale edonismo e violenza urbana cantati da Pusha T.

Sicuramente ci sono diversi brani deboli che minano l’esito di quello che poteva essere il disco rap più importante dell’anno, ma ancora di più pesa una certa incoerenza di fondo attribuibile alla classica crisi di identità a cui sono sottoposti rapper come Pusha e T.I., quando divengono semplicemente troppo ricchi per aver ancora presa sulle tematiche di strada degli albori. La presenza di intrattenitori del mainstream come Rick Ross, 2 Chainz e Big Sean in un disco che fa continuamente riferimento al background “real” di Pusha T può far venire subito in mente che qualcosa non quadra. 

Da un disco che già dal titolo pone come centrale l’affermazione della propria identità, ci si poteva aspettare qualcosa di più simile al racconto autobiografico vivo di Good Kid, M.A.A.D. City, invece Pusha T sembra sempre più simile a gangster immaginifici come Rick Ross, tutto perso nel racconto del suo shopping di lusso. Ad ogni modo,  ben vengano i racconti di mitra&Givenchy, finché sono espressi con una tale inventiva nelle rime capace di lasciare al palo la maggior parte dei rapper in circolazione.

13 Ottobre 2013
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