• nov
    27
    2015

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Self Released

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Alla regina del pop/r’n’b non è mai mancata la personalità. Tanto dentro ai tabloid quanto nelle classifiche di vendita. Nella folta selva del mainstream, passando dalla fase giocherellona e un po’ infantile di Umbrella, con Unapologetic Rihanna aveva provato a fare quel salto che mettesse sullo stesso piano un’offerta di un certo spessore (dubstep, dance, trip-hop, trap-pop, gaga-stile) e allo stesso tempo inanellasse hit da classifica. Gli intenti si sono rivelati prolifici solo per la seconda parte (Diamonds, Numb, Stay, etc. sono già classici del mainstream da classifica), laddove la qualità  complessiva si è dovuta arrendere a un disco che sapeva di frullato di ingredienti messi a caso.

Dopo una lunga pausa dai palchi e dagli studi di registrazione, la cantante barbadiana ha deciso di entrare nella grande famiglia di Jay Z e soci, lasciando Def Jam e firmando un contratto per Roc Nation. Una mossa che non ha potuto non incidere su un ottavo album che, fin dal titolo, si dichiara Anti. Ed è solo così che si spiegano gli svariati rifiuti alle offerte di brani scritti da fior fior di artisti quali Sia, Kiesza, Big Sean, Grimes, Calvin Harris: un brano scritto da uno qualsiasi di questi l’avrebbe fatta vincere facile, ma questo è Anti, il disco “contro” di Rihanna, il disco in cui la Nostra dichiara di poter fare quello che vuole perché ha una personalità costruita su anni di carriera, ha una presenza d’immagine ingombrante e, soprattutto, ha gli amici che contano. Così in Anti figura gente come SZA, Drake, Jeff Bhasker, Boi-1da dal lato dei writers, e Noah “40” Shebib, Hit-Boy e Timbaland, No I.D dal lato dei producers: entourage dell’asse LA-NY di Jay Z e family, gente unconventional, gente dal lato anti del mainstream.

Non ci stupiamo, quindi, nel vedere nel nuovo disco di Rihanna una cover dei Tame Impala. È vero, Same Ol’ Mistakes, più che una cover, è un rifacimento letterale, ma è comunque un segnale di qualcosa di importante. Segnale che, come Beyoncé, Nicki Minaj e forse anche Justin Bieber (per non citare gente che, in qualche modo, è sempre stata Anti come Drake, Jay Z, Kanye West, ecc.), anche Rihanna ha fatto il salto nella wonderland della sperimentazione che non deve necessariamente dire qualcosa alle classifiche (guardate i numeri delle vendite della prima settimana di Anti per credere), ma è flow esistenziale, fatto di PBR&B, trap, psichedelia, new soul, post-dubstep, cose che ci saremmo sognati fino a qualche tempo fa nel mainstream, ma che ora stanno diventando un fenomeno preoccupante.

Diciamo preoccupante, per concludere, perché, sebbene il disco sia un disco in piena regola, con un flusso complessivo perfettamente funzionale, alla fine dei giochi si sente la mancanza proprio dell’unità minima di un album: il brano. Perché va bene sperimentare, ma se non ci sono i brani che tirano, che tu sia un artista progressive o una superstar pop, non avrai mai un disco da 8. E sì, Work è un singolo buono, un reggae-pop midtempo i cui beat accolgono le lines di un riconoscibilissimo Drake, il dub di Consideration è mirato e funzionale agli intenti, dato che mette in chiaro che Anti è il disco dell’autonomia artistica («I got to do things my own way darling»), James Joint e Kiss It Better sono brani in classico stile r’n’b/neo-soul, laddove Desperado e Woo sono la vera novità sperimentale, con i loro richiami l’uno a Azealia Banks (che ha un brano dallo stesso titolo) e al Kanye di Yeezus l’altro. Se a questo ci aggiungiamo una seconda metà un po’ debole (la cantautorale Never Ending, la Amy Winehouse/Whitney Houston-style Love On The Brain, Higher, Close To You), capiamo perché un disco che aveva un potenziale atomico, si spegne sulla rampa di lancio. Che, per una come Rihanna e per il mondo mainstream in generale visto da qui, è comunque molto più di una promozione.   

6 febbraio 2016
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