Recensioni

Dopo le scariche elettriche tra Daft Punk e Clark di Kid Velo, Ryan Lee West ha progressivamente riorganizzato il tiro su una techno organica che prima ha guardato ai Darkside (Odyssey) e in secondo luogo – inevitabilmente, aggiungiamo noi – a Jon Hopkins (Sonne), convergendo via via su un sound sempre più scuro e concreto dalle chiare venature synth analogiche ma anche, di suo, con un tocco di pedali e delay di scuola Mogwai sul versante più elettronico (il ragazzo tiene a precisare che nasce chitarrista).
In Howl si restringono ancora di più i ranghi e il campo d’indagine su una techno organica e ambientale con un pizzico di emozione wave: Rival Consoles presta più cura alle ritmiche DIY costruite a partire da campionamenti concreti (fate conto, i tipici pseudo-glitch à la Matmos/Herbert di ritorno via Tim Hecker, Ben Frost, Apparat) e ci spalma sopra alcuni strati soundtrack synth a base di Moog e Prophet 8 (il solito Vangelis). Viene fuori un album che, se paragonato a due potenti affreschi contemporanei come Immunity di Hopkins e Clark di Clark, sfigura un po’, ma che d’altro canto è indubbiamente cesellato in ogni dettaglio, concentrato più sulla catarsi che sul tumulto emotivo, e rappresenta quanto di meglio il producer britannico abbia fatto finora.
Al contrario dei colleghi più vecchi, il giovane Lee West punta su un «darker set of tones» facendosi accompagnare anche da ospiti, in alcuni brani. Troviamo il batterista jazz Fabian Prynn in Low (avete presente quella che sentivate nel film Birdman di Iñárritu) e il violoncellista Peter Gregson in Walls, e i loro tocchi non fanno che ampliare quel minimo un campo in cui West è bravo sì, ma non ancora necessario.
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