Recensioni

6.8

Ristampati i quattro pilastri della loro discografia (ovviamente Beggars Banquet, Let It Bleed, Sticky Fingers e Exile On Main St. usciti tra il 1968 e il 1972) e aggiunti il migliore dei loro dischi dal vivo (Get Yer Ya-ya’s Out, 1970) e il vendutissimo, ancorché a parere di chi scrive sopravvalutato, Some Girls (1978), il successivo titolo da aggiungere alla lista dei box set di lusso sarebbe stato, secondo logica, Aftermath (1965), uno dei pochi album ad avere una nomea illustre (è il primo disco ad essere stato completamente scritto dal gruppo), dato che per il resto, tolti i classici, la band è considerata un gruppo da singoli e non ci sono tanti altri album entrati nel mito. Ma i diritti dei loro dischi fino al ’70 sono ancora in mano alla ABKCO/Decca, il che forse giustifica l’assenza di bonus nelle ristampe dei titoli di quel periodo (tranne qualcosa sul live); così, sorprendentemente, la scelta è caduta sul “disco di Angie“, il successore di Exile….

Ora, essendo quello considerato l’ultimo grande album dei Rolling Stones, va da sé che questo Goat’s Head Soup è, come logica vuole e come hanno ribadito più o meno tutti in occasione di questa ristampa, l’inizio della decadenza (alla quale comunque, come spiega il nostro Stefano Solventi in It’s Only Rock’n’Roll, non si sono mai rassegnati, reagendo anche con incrollabile fierezza). Nato in the crossfire hurricane tra la sempre maggiore dipendenza di Richards dall’eroina, i conseguenti guai con la giustizia e relativi trasferimenti di residenza in altri paesi, lo spostamento di Jagger verso il jet set (anche per il matrimonio con Bianca, della quale comunque Richards nell’autobiografia riconoscerà l’intelligenza e il carattere forte) e la rilassatezza della Giamaica dove si erano spostati per registrarlo (il titolo è un riferimento ai riti voodoo), con la produzione di un Jimmy Miller che, coinvolto ed esaurito dallo stile di vita della band (e dall’eroina), si trova ormai al capolinea della sua collaborazione con gli Stones, GHS non ha mai goduto di buona stampa, avendo sempre dato un’impressione di letargo, di calo di forze, di energie annebbiate cui ha contribuito la copertina con le facce velate opera del fotografo David Bailey (icona della swingin’ London e ispiratore del protagonista di Blow Up) e un umore generale da risveglio malmostoso.

Che sia o che fosse considerato un comprensibile down dopo il successo (artistico, poi commerciale e, dopo le prime perplessità anche critico) di Exile, oppure un momento in cui la band riprendeva fiato dopo una sequenza di dischi stellare, o anche come un normale passo falso dopo 10 anni (benché già i dischi del 1967, Between The Buttons e soprattutto gli esperimenti psichedelici di Their Satanic Majesties, avessero suscitato qualche perplessità…), resta il fatto che quando Jagger canta «Seems about 100 years ago» (100 Years Ago, appunto, dedicata alla relazione con Marianne Faithfull) sembra che parli degli 11 vertiginosi e densissimi anni passati dall’inizio della carriera degli Stones ma anche dall’inizio della seconda fase del rock, quella post-Beatles.

In questo senso stupisce il giudizio citato da Roy Carr nel suo libro (quello formato LP): «Un disco è tanto valido quanto gli altri suoi contemporanei gli consentono di essere. Ed il solo album di rock d’oggi che regga il confronto […] non arriva ad eguagliare la rilassata efficacia di tutti i brani presenti sul lato 1 di Goats Head Soup». È un giudizio che, valido per il principio del rapporto tra un’opera e il suo contesto, sembra però dire che in 10 anni di rock aveva fatto in tempo a formarsi una stampa già passatista e conservatrice incapace di capire i contemporanei; e invece, curiosamente, è un giudizio di Charlie Gillett, pioniere prima e dopo ma stavolta a quanto pare meno attento, visto che gli sfugge che il ’73 aveva visto la pubblicazione di dischi tutt’altro che trascurabili (anche lasciando stare Berlin, ancora sottovalutato, e Future Days, uscito nello stesso mese, questo rimane l’anno, per dire, in cui esce The Dark Side Of The Moon, e poi Lark’s Tongues in Aspic, For Your Pleasure, Aladdin Sane, Innervisions, Birds of Fire, Flying Teapot, Paris 1919, e volendo anche il nostro Arbeit Macht Frei nonché l’esordio degli stonesianissimi New York Dolls, mentre più avanti nell’anno anche Selling England By The Pound, Quadrophenia, Goodbye Yellow Brick Road…).

E nel primo lato del disco non c’è nemmeno tutta questa “rilassata efficacia”: si parte da Dancing With Mister D, musicalmente un bel rock sinuoso e lascivo che fa bella figura anche nella versione strumentale presente su questa ristampa, ma nel testo sembra un po’ la versione a cartoni animati di Sympathy For The Devil; la sunnominata 100 Years Ago accelera i tempi, rallenta a metà, per scatenarsi sul finale, mentre Jagger ricorda e riflette («a volte sarebbe meglio non crescere») ma lasciando la consueta irriverenza a vantaggio di un tono un po’ predicatorio (stile Sittin’ On A Fence); ci si rilassa con Coming Down Again, litania di Richards animata dal sax di Bobby Keys; Doo Doo Doo Doo Doo (Heartbreaker), dal buon riscontro anche come singolo, riprende il funk-rock del finale di 100 Years… con più grinta, per raccontare violenza urbana (l’uccisione di un innocente da parte della polizia), prima che arrivi Angie, la canzone più famosa e in vista del disco, hit single e classico della band.

Lentone romantico dalla strana struttura (l’andamento del brano tende più a sfogarsi sul verso finale di ogni strofa che su quello che tecnicamente sarebbe il vero ritornello), dedicato alla dipendenza da sostanze e non a Angela Bowie, secondo Carr Angie «abbracciò una fascia di acquirenti che non avevano mai pagato una lira per un disco degli Stones» ed è una delle canzoni in cui il gruppo decide di mostrarsi vulnerabile – non per la prima volta, ma evidentemente Lady Jane, As Tears Go By e Ruby Tuesday erano lontane.

Il lato B aumenta i giri in apertura con una Silver Train che non è certo indimenticabile, ma andando avanti i musicisti si scaldano e il treno acquista corpo e vivacità, per lasciare poi spazio a una sequenza che, come gran parte del disco, fa venir voglia di dare ragione a Jagger quando, ancora in 100 years…, canta «call me lazy bones»: in realtà, se la pigra Can You Hear The Music, unico brano con qualche traccia di Giamaica, risulta un po’ didascalica, d’altro canto la felicemente sbracata Hide Your Love, nata da un’improvvisazione di Jagger al piano, è uno dei pezzi migliori del disco, mentre la poco appariscente Winter è un altro ispirato esempio di quel tipo di ballate nate da qualche parte tra Beggars… e Sway e che qua e là ritornano.

Il disco, che a livello sonoro risulta un po’ più vario rispetto alla «brillante e deliberata trascuratezza» (Appleford) di Exile (unico aspetto in cui può vincere – forse – il confronto), si chiude col botto: Star Star, aperta da un riffino-Chuck Berry, parte anch’essa leggermente sottotono (specie se paragonata alla versione a tavoletta che apparirà su Love You Live) ma poi cresce grazie anche al trucco di far entrare il basso con la seconda strofa, fino a rivelarsi come un classico del gruppo nonché probabilmente, grazie a un racconto no filter della vita delle groupies, come la canzone più debosciata che abbiano mai scritto (e parliamo degli autori di Brown Sugar). A quel punto, su questa canzone comincia la giostra delle censure: Ahmet Ergun della Atlantic che li distribuiva impone almeno di cambiare il titolo (era Starfucker); le radio UK la bannano; i testi ufficiali, invece di “starfucker” scrivono “starbucker” (che poi “buck” è “cavalcare”, stiamo lì) fino alle sgraziate censure sonore del singolo USA (la parte del verso che contiene “pussy” coperta ripetendo il pezzo precedente, stessa cosa quando si nomina John Wayne per coprirne il nome) e della versione sudafricana (un repentino incupimento degli acuti in corrispondenza della parte “fuck” di “starfucker”, veramente grottesco). Poi però quando la casa discografica realizza un promo dell’album di 4 pezzi mette per prima proprio questa: misteri dei consigli di amministrazione.

Alla fine, un disco non splendido, che paga tanto il confronto soprattutto col precedente ma che come tassello di una discografia ci sta, anche se inaugura la fase tarda degli Stones fatta di dischi non più epocali (benché mai orribili), quelli con 2-3 pezzi notevoli e il resto fatto di maniera più o meno ispirata, in base alla quale e alla produzione valutarli meglio o peggio. Detto che la versione super deluxe include il live Brussels Affair ’73 già noto come bootleg e già pubblicato qualche anno fa, il quale mostra che la pigrizia e la mosceria erano solo in studio: niente jet set per Jagger, che ruggisce e incita in piena forma e anche Richards appare tutt’altro che intontito, per un set che allinea classici e 4 pezzi del disco appena uscito (con Angie già in transizione tra il modo in cui è cantata sul disco e quello che verrà adottato in futuro), ci vogliono due parole per il disco di extra della versione doppia, e in generale per la questione inediti.

Insieme a versioni alternative, strumentali e mix diversi (sia delle canzoni vecchie che di quelle nuove), in generale interessanti e accomunati da un suono più pulito e limpido del disco originale, il secondo disco presenta, come già fatto per le ristampe di Exile e Some Girls, alcuni brani registrati all’epoca come bozze e ripescati e completati ora. Stavolta sono soltanto tre: Scarlet saltella decisa e briosa su tempi di funk medio ma non sappiamo se ci fosse da scomodarci Jimmy Page (il remix dei War On Drugs asciuga il suono, tira fuori il basso e raddoppia il tempo della batteria, senza convincere del tutto; al contrario quello dei Killers e Jacques Lu Cont stratifica cercando maggiore epicità ma funziona meglio come dinamiche), All The Rage è un rock impertinente che nel testo mette in scena un comico disagio da esposizione e celebrità, mentre Criss Cross, come le altre due, è più divertente per come viene suonata (cosa ben resa dalla produzione) e come loro presenta un brio e una vivacità che nell’album sono rari.

Il loro esiguo numero sembrerebbe confermare l’ipotesi di sessioni poco ispirate, ma in realtà da quei giorni erano uscite fuori anche Tops e soprattutto la fluida tenerezza di Waiting On A Friend, le quali vedranno la luce solo nel 1981 su quel disco-collage-di-inediti che è Tattoo You (la seconda, meritatamente, addirittura come singolo): averla lasciata fuori dimostra che in quei giorni forse non erano mosci, ma un po’ svagati sì.

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