• ott
    28
    2016

Album

Dial Records

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Chapeau. Il rispetto a Roman Flügel continua ad essere dovuto non solo per il suo curriculum, ma anche per i risultati dei lavori che il francofortese prosegue a proporre, nei ritagli di tempo di una fitta e soddisfacente agenda da DJ globetrotter. Protagonista a partire dai primi anni Novanta di una delle più importanti scene/città della musica elettronica di fine Novecento (la non-Scuola di Francoforte, fucina di proteiformi talenti da Talla 2XLC ai Booka Shade, passando per Sven Väth Uwe Schmidt/Atom TM), una “lunga e multiforme carriera tra techno, house, electro, acid, riflessi synth-pop e svisate jazzy” (mi autocito), a dodici anni dall’anthem dirty dutch Geht’s Noch, picco di popolarità (nel 2004 c’era anche Rocker, hit electroclash firmato Alter Ego, uno dei tanti alias condivisi con l’amico Jörn Elling Wuttke), Flügel non ha più bisogno di dimostrare o convincere, ma ha ancora molto da dare.

Non di solo techno vive l’uomo. Se si chiedono a Roman strumenti per il dancefloor basta rivolgersi altrove, per esempio alla techno house di Family Vacation, tra i migliori episodi della compilation celebrativa dei 10 anni della Hypercolour. Il terzo album solista firmato con nome e cognome per la Dial (selettiva label amburghese, vedi alle voci Pantha Du Prince ed Efdemin) è musica da camera, accogliente e ospitale. Elettronica privata, ma aperta agli amici. Design sonoro serenamente fuori dal tempo, senza ansie filologiche o settarismi analogico vs. digitale: un feng shui elettronico fatto di “rumori”, ma tutti al posto giusto. Tratta da un ipotetico quinto episodio della serie Ambient diretta da Brian Eno, Fantasy apre (nella versione in doppio vinile chiude, ma nel cerchio tutto torna) in do maggiore, tonalità serena e confortevole, ripresa anche in Believers e in Life Tends To Come And Go: numi tutelari Harold Budd e il Sakamoto più miniaturale. Il ritmo c’è, e anche tirato (vedi i 128-130 bpm di The Mighty Suns – innervata da suoni del millennio scorso, ma senza rigurgiti neovintage alla Stranger ThingsDead Idols – polimetrica meditazione psycho-tribale – o di Warm And Dewy – dissertazione etnofuturistica tra tablas shackletoniane e hit hat reversed), ma mai pensato per il club. L’episodio eventualmente più saltellabile è il divertissement Dust, ovvero Jarre che remixa We Are The Robots. Si può fare shoegaze con l’elettronica? La title track, con tanto di chitarra tirata e distorta, e Planet Zorg, dal ritmo kraftwerkiano, dimostrano di sì. Un non-luogo tra Warp e Ohr, tra kosmische musik e i selezionati lavori ambient del solito Aphex (vedi, tra tutte, la splendida Nameless Lake: Boards Of Frankfurt!). Ascolto appagante e consigliato a tutti, electroboys & girls e non.

21 novembre 2016
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