Recensioni

Come abbia fatto il film sul personaggio più arrogante dell’universo di Star Wars a risultare così ordinario e mansueto è presto detto, e le ragioni sono principalmente due: per dirigere lo spin-off di Han Solo la Lucasfilm aveva ingaggiato Phil Lord e Chris Miller, la coppia di registi artefice del successo di 21 Jump Street e The Lego Movie (nonché produttori delle acclamate serie How I Met Your Mother e Brooklyn Nine-Nine), salvo poi allontanarli dal set a causa di “divergenze creative” irrecuperabili e assumere in extremis Ron Howard; di fatto, sia nella sceneggiatura di Jon e Lawrence Kasdan – che secondo alcuni report era stata contestata in corso d’opera da Lord e Miller – sia nell’attitudine generale della pellicola, manca totalmente lo spirito cialtrone e un po’ anarchico dei loro vecchi lavori, dunque addio sogni punk e addio all’idea di vedere nel franchise di Guerre Stellari qualcosa di inedito sul versante della commedia.

Esaurito il primo punto, arriviamo al secondo, che forse potrebbe spiegare o almeno perdonare il poco coraggio dell’operazione: Solo: A Star Wars Story è un racconto di origini e si suppone che l’Han Solo conosciuto nella trilogia originale non sia nato come l’epica della saga lo presentò nel 1977, ma che lo sia diventato nel tempo. State pur certi che, indipendentemente dal successo o meno del film, la Disney lavorerà per “colmare” lo spazio fra la fine degli eventi di Solo e Una nuova speranza, e che ne sapremo di più in futuro.

Detto ciò, è impossibile non notare la discrepanza di contenuto e messa in scena che allontana questo spin-off da Rogue One e Gli Ultimi Jedi, gli episodi più distanti e politicizzati di una serie che si era canonizzata entro certi standard. Tuttavia, bisogna riconoscere a Solo il merito di aver riportato ad un livello più che accettabile, anzi, esemplare, un classico della tradizione americana, ovvero il cinema d’avventura di cappa e spada, di viaggi e ricerca, con annessi tesori nascosti e tradimenti in agguato (in breve tutto quello a cui si ispirava il primo capitolo di George Lucas). C’è quindi la camaleontica impronta di Howard, che passa in maniera schizofrenica dagli splendidi Apollo 13 e A Beautiful Mind agli anonimi Il codice da Vinci e Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick (perfetto quindi per metterci una toppa, deludente se vi aspettate una zampata più autoriale); una sorprendente fotografia di Bradford Young (già lodato per A Most Violent Year e Arrival); un cast che tiene in piedi l’azione: Alden Ehrenreich è un buon Harrison Ford in miniatura (in senso anche fisico), Emilia Clarke compensa le misure non proprio imponenti con carattere e qualche sorpresa di scrittura nel finale, e Phoebe Waller-Bridge, che è una grande attrice comica (nonché intelligentissima autrice, recuperate le serie Fleabag e Crashing), interpreta con piglio rivoluzionario il droide L3-37.

A Solo: A Star Wars Story manca però il salto nel vuoto e la voglia di cavalcare il mito, riducendosi a spettacolo di sequenze mozzafiato – nemmeno troppo originali – e tratteggiando il carattere del suo protagonista in maniera infantile. Come infantile risulta un po’ l’intera operazione, ma non per questo meno efficace. Sulla scia di un qualsiasi ottimo capitolo di Pirati dei Caraibi (il paragone più vicino che si possa fare nell’ultimo decennio in termini di consistenza e approccio produttivo), il film di Howard, orfano dei genitori che l’avrebbero reso sicuramente più scapestrato e impulsivo, procede spedito verso l’epilogo tra inseguimenti e romanticismi gratuiti senza mai trovare una chiave di lettura personale, ma offrendosi allo spettatore in maniera del tutto sincera. Dalla storia di chi “non sapeva stare alle regole” però, ci saremmo aspettati qualcosa di diverso.

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