Recensioni

Lo abbiamo incontrato per la prima volta due anni fa Schoolboy Q, con quel Habits & Contradictions che, nonostante l’ottima partenza iniziale, venne eclissato a qualche mese di distanza da good kid, m.A.A.d. city, LP dell’amico e compagno di crew Kendrick Lamar. Da quel momento l’argomento di discussione in rete riguardante Q è stato perlopiù in relazione al confronto futuro con lo stesso Kendrick.
Scontro che Schoolboy decide molto saggiamente di evitare, rimanendo sulle coordinate street rap già esplorate nel precedente album e perfezionando uno stile già ampiamente riconoscibile. Ritroviamo infatti tutte le caratteristiche che facevano di H&C un disco estremamente interessante: flow duttile e molto vario, ma soprattutto una enfasi e convinzione al microfono che sopperiscono a qualche mancanza nei testi e nel wordplay.
Anche se citato più volte dal Nostro come fonte d’ispirazione e punto di riferimento, è chiaro che non ci troviamo di fronte ad un nuovo paroliere messianico come Nas. Man of The Year, ad esempio, privata del video, rimane un esercizio di stile che rimarca il sempre più forte connubio tra indie e hip hop, attraverso il sample di Cherry dei Chromatics. Si passa bensì da stati di estasi (Los Awesome, prodotta da Pharrell Williams, ma anche Hell Of A Night, fortemente pop) ad immagini che trasmettono squallore, disperazione (Break The Bank), disincanto e ciclica depressione (Prescription/Oxymoron).
Lo sfondo di Oxymoron è naturalmente Los Angeles, le cui strade (Hoover Street) sono distorte e acide, ma infondono allo stesso tempo in Quincy un senso di appartenenza insormontabile. C‘è anche una piccola parte che guarda al futuro con ottimismo, data dalla voce della figlia di quattro anni Joy, che si vede ripetutamente comparire all’interno della tracklist nonché sulla cover dell’album. “Ok I love you daddy”, dice Joy, prima che Q si lanci nell’ennesimo racconto di lowlife che, denudato dai cliché di genere, risulta comunque possedere una voce decisamente ‘propria’.
Collard Greens è invece il numero goliardico che vede la collaborazione di Kendrick Lamar, che si premura di non alzare l’asticella e non rubare la scena come fatto nell’ormai arci-nota Control di Big Sean. Più che rivali, Q e Lamar sono complementari, per certi versi antitetici. Q è semmai la versione ad alta digeribilità dell’indigeribile 50 Cent o, a voler esser generosi, il Raekwon degli anni Dieci. È proprio il membro del Wu-Tang Clan a passare il testimone in Blind Threats, sotto l’occhio attento della produzione di LordQuest.
Nonostante non ci si trovi di fronte a un disco estremamente ambizioso e neppure a un classico di genere, l’ascolto è sicuramente un ottimo rollercoaster di mood e stili ben interpretati.
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