• Feb
    14
    2020

Album

NUXXE

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Avevamo lasciato il produttore irlandese di stanza a Londra Salvador Navarrete con l’EP del 2018 self*care. Quel disco, un po’ alla stregua dello stesso collettivo NUXXE da lui fondato assieme a Shygirl, Coucou Chloe e Oklou, notavo ai tempi, sembrava barcamenarsi tra le sonorità dell’electro-malaise più abrasiva degli anni Dieci, e ambizioni pop a metà strada tra un RNB ipercontemporaneo e un accelerazionismo à la PC Music. Pur essendo ben confezionato, all’EP mancava una vera e propria direzione, e oserei dire, un’identità. Nonostante la comparsa, per la prima volta, della sua voce, al produttore e co-autore d’incendiari, iconici brani come Flip U di Coucou Chloe, Rude di Shygirl e UAFWM di Quay Dash, mancavano, paradossalmente, dei veri e propri, memorabili banger.

A distanza di due anni da self*care, Bodega torna con un album di debutto che invece, fin dal titolo, chiarisce ogni dubbio sulle sue intenzioni: Navarrete si mette in primissimo piano e si riscopre ambiziosa pop star con una propensione tutta emo ad esplorare turbamenti amorosi e insicurezze. Qui i banger ci sono eccome, e di fatto, l’impianto pop della maggior parte dei brani sovrasta, rendendolo perlopiù marginale, l’afflato sperimentale delle sue produzioni. Spigoli, rumore e affilati lacerti di una bass music made in UK assorbita e digerita tra YouTube e la club culture londinese contemporanea, serpeggiano in Salvador, animandone il lato più oscuro. Purtroppo, però, vengono relegati ad accenti, intro ed outro di brani che nella loro parte più corposa e strutturale parlano la lingua di un flebile, mellifluo RNB che, per quanto ben confezionato, ci riporta agli episodi più fiacchi di un How To Dress Well, filtrati attraverso un immaginario risolutamente teenageriale.

Anche i cultori delle tante incarnazioni post-Internet di emo e dintorni ammetteranno che i testi di Salvador, nella maggior parte dei casi, finiscono per compiere un disservizio alle doti compositive di Bodega. Negli episodi migliori, come nell’altalenante, a tratti schizofrenica Salv Goes To Hollywood e nella claustrofobica ballad Raising Hell, Bodega riesce a catturare un malessere esistenziale di stampo Instagram-depressivo («Pictures and I’m lonely / but yeah all I want is time / Mixture hold me (so unholy) / I just wanna die», ripete istronicamente nelle prima, «No one’s around and I’m horny with my phone», intima nella seconda). Purtroppo, a parità d’ispirazione e mal d’amore, il resto dei brani tradisce un approccio “anything goes” alla scrittura alquanto maldestro: è davvero necessario ripetere «fuck you» nove volte nel ritornello di un brano trainato da un misurato beat in stile trap, per giunta intitolato U Suck? Possibile che all’altrimenti ottimo Masochism, con quel suo sottile mix di piangenti chitarre elettriche e sincopati hi-hat, Bodega riservi i versi «I’ll drink until my liver surely pops / Disaronno, please / Why you such a fuckin’ tease? I love you so»? Possibile.

Un approccio più obliquo e immaginifico alla componente econfessional-emotiva di Salvador avrebbe potuto creare interessanti punti di snodo tra questa ritrovata vena da cantautore e il Bodega produttore eclettico, provocatore. Stando così le cose, c’è solo da sperare che qualcuno faccia ascoltare a un Danny Brown o a un Maxo Kream i 32 secondi (troppo pochi!) del graffiante, propulsivo interludio Knox, una sorta d’interferenza radio dall’album di corrosivi, ineluttabili banger che aveva senso aspettarsi da un piccolo genio come Bodega e che invece ancora non abbiamo tra le mani.

6 Marzo 2020
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