Recensioni

7.5

Le premesse erano ottime: sapere che dopo due album ormai di culto come lo sperimentale sophomore XXX e l’esplosivo Old, il disco del «miglior rapper attualmente in circolazione» sarebbe uscito non per la newyorkese Fool’s Gold ma per la britannicissima e lungimirante Warp, era un po’ come leggere la notizia che avresti sempre voluto veder pubblicata ma mai avresti sperato che accadesse. E non tanto perché la label che ha sotto contratto Rustie qualche tempo fa aveva pubblicato il singolo Attak con il suo feat. vocale, piuttosto perché certificava un flirt di lungo corso tra il detroitiano e una nutrita schiera di producer britannici più o meno noti (Paul White in prima linea) e più o meno grime (Darq E Freaker), e ancor di più per una comunione d’intenti condivisa da tutti i partecipanti nell’abbattere steccati e creare nuove sinergie.

Tra le fila di questo quarto album spicca Evian Christ ma il disco, come il precedente, non è affar suo o di una tavola rotonda di producer e guest star, ma principalmente di Daniel Dewan Sewell che, a partire dal titolo scelto e da quegli sbandierati 70.000 dollari spesi per “ripulire i sample”, ha impresso il proprio sigillo al lavoro come mai era accaduto prima. Le fila del discorso (estetico) e i rimandi di senso partono quindi da Atrocity Exhibition, scritta raddoppiata dal distopico artwork di Timothy Saccenti che inforca a più livelli l’omonima canzone dei Joy Division e il libro di J.G. Ballard La mostra delle atrocità, le due facce di quella straziante medaglia che è di fatto un concept basato sui downfall da cocaina, ma anche un disco condito da solide ossessioni (le pussy naturalmente), braggadocio e obliqui fuori programma, il tutto rigorosamente colorato da luci in technicolor fritte nell’olio di una afroamericanità rigorosamente suburbana.

Premesse splendide, dicevamo, a cui si sono poi aggiunti i dettagli sui feat., un’autentica parata di stelle, dall’ormai intoccabile reincarnazione di Tupac Kendrick Lamar a un suo tossico omologo losangelino, Earl Sweatshirt, fino a quel B-Real che ricongiunge idealmente la saga di Brown alla scarruffata tradizione dell’hip hop made in Cypress Hill. Tutto questo, anticipato da brani come Pneumonia, Really Doe e When It Rain, soprattutto quest’ultimo con Brown al massimo della forma: per la serie bars a rotta di collo nel suo classico gracchio da Bugs Bunny sotto crack, accompagnate da una base tanto claustrofobica quanto micidiale nel tirare in ballo, con minimalistica cattiveria, la vecchia mitologia rave dalla parte di una dark side fatta di droghe sintetiche e paranoia.

Con l’ascolto in cuffia, il disco, diversamente dal rave up che ci si poteva aspettare nel seguito di Old (per metà EDM compatibile), si rivela spiazzante e più vicino alla seconda prova, XXX. A smorzare i facili entusiasmi si oppone una scaletta sfaccettata per soluzioni ed impatto, varia per arrangiamenti, stimoli e modalità del flow. Sotto la produzione affidata perlopiù a Paul White, trovano spazio gli anni Novanta del Wu-Tang Clan, in particolare di Raekwon, citato esplicitamente tra le ispirazioni (Really Doe), e quelli scazzati sotto weed dei Cypress Hill con il citato B-Real in una Get Hi dove Brown gioca coi jazzisti – Miles Davis, Coleman, Dorsey e Coltrane – ma solo per pavoneggiarsi delle sue donne e droghe. Del rap infuso di latinità di Dj Muggs e co. si sentono le tracce anche altrove, nella corrosiva Lost prodotta da Playa Haze, come del jazz, in particolare nelle percussioni utilizzate in Downward Spiral che, tra l’altro, contiene un campione di Oxymoron dei Guru Guru, una delle due band krautrock tirate in ballo qui (l’altra sono gli Embryo campionati in Goldust).

Neanche a dirlo, chiamare il pezzo Downward Spiral strizzando l’occhio ai Nine Inch Nails ma calarlo su orologi molli tra cosmica, rock e jazz non è che una delle tante evidenze della sottile complessità di un disco che, ascolto dopo ascolto, restituisce tutto il suo spinoso splendore, sia che lo si approcci lato strofe / rime / testi (Genius alla mano), sia che ci si avventuri nelle sue costose soluzioni arrangiative. Senza scendere nel dettaglio dell’intera tracklist, interessante il feat. di Earl Sweatshirt (la canzone è la stessa con il coro di Lamar), lì anche solo per ricordarci quanto Atrocity Exhibition potrebbe tranquillamente passare per la risposta di Brown al suo altrettanto valido I Don’t Like Shit, I Don’t Go Outside, mentre Ain’t It Funny troneggia in tracklist come il manifesto del Danny Brown pensiero che più si avvicina all’artwork del disco, un ghigno feroce stampato in faccia, una casa piena di droghe e paranoie di ogni tipo (Adderall, Fentanyl comprese, e chissà quali altre) dalla quale non si esce.

«Funny how it happens / Who ever would imagine / That jokes on you / But Satan the one laughing». Per la serie: tu riditela pure caro junky, che tanto Satana è l’unico a ridersela per ultimo. Il monito è naturalmente rivolto a lui, dato che tutte le strofe del pezzo vanno direttamente nella direzione opposta. «Divertente, no, come vanno certe cose no?», se la ghigna Brown sotto una fanfara di fiati Batman style. Genio.

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