Recensioni

Ci sono album che sono comete solitarie. Quegli album che sfuggono a standardizzazioni di sorta, che si costituiscono come un unicum, che intrappolano fantasmagorico e iperrealistico in una sola nota, che portano al loro interno un senso autentico del tempo che stiamo vivendo. In ottica assolutamente soggettiva – ed è forse la prima volta che in una recensione uso la prima persona singolare – mi successe con Hopelessness di Anohni, un’altra di quelle personalità della musica contemporanea continuamente attuale, sempre in divenire, libera nel senso più puro del termine. Qui siamo di fronte a un album che poco ha a che fare con la musica di Anohni tout court, ma molto con la fascinazione che può comportare l’ascolto di un disco intenso e denso di contenuti com’è Ison, esordio dell’eclettica artista iraniano-olandese Sevdaliza. Eclettica perché il seme della sua arte non emerge soltanto dalla musica, ma trova linfa trasversalmente dalle dieci vite che Sevda Alizadeh (questo il suo vero nome) sembra aver vissuto: arrivata da bambina in Olanda dall’Iran con la famiglia, da stella del basket olandese diventa modella e poi artista e musicista, una di quelle che presta particolare attenzione al dato visuale come parte integrante della sua produzione. I video sono curati esteticamente nei minimi dettagli, così come la copertina del disco, un’opera della scultrice Sarah Sitkin – in cui la testa della musicista, recisa all’altezza del collo, poggia su un mezzo busto di manichino, il tutto incorniciato di un rosso che sa di provocazione – immagine che prende vita muovendosi come un fluido nel visual che ha accompagnato l’uscita dell’album.
E sembra proprio la provocazione, sottile ma costante, il centro di Ison, sia visualmente, sia musicalmente. Il suo trip hop si alimenta di innumerevoli influenze che derivano da un sincretismo culturale insito nella storia dell’artista, e dalla mano di Mucky, compositore olandese che ha magistralmente diretto la produzione di questo album: citazioni medio orientali (Shahmaran, e si cita anche Bebin, cantata in farsi, la sua lingua d’origine, ma non inserita in Ison), orchestrazioni classicheggianti (Do you feel real), downtempo (The Language of Limbo), l’R&B più raffinato (Human), sintetici passaggi elettronici in controfase nonché sprazzi di pop à la FKA Twigs (Libertine), artista a cui la Nostra viene spesso paragonata. Fanno da cornice alcuni temi chiave tra cui creazione/distruzione («in this life, you are the knife, with which i explore myself», citazione di kafkiana memoria), il rapporto tra femminilità e maternità e – forse l’elemento più potente – la contrapposizione tra umano e non umano, già emersa nei precedenti EP (vedi That Other girl), nel videoclip della spettacolare parabola post-umana Marylin Monroe e ancora di più in Human, nel cui video Sevdaliza si trasforma in una sorta di centauro che si muove con sguardo severo e quasi riluttante sotto l’importuno male-gaze.
La stessa presenza fisica di Sevdaliza sembra venire da un altro futuro. Lei, donna fuori da qualsiasi canone estetico che conosciamo, stoica, esteticamente fluida, fisicamente mascolina, afferma però con vigore la propria femminilità, affrontando anche temi che riguardano l’essere donna in questa società, tanto da arrivare a dare parola a un vero predicatore nella conclusione di Loves Way. Voce elegante, quanto mai sensuale (un tizio nei commenti su YouTube scrive poeticamente «I want to touch your voice»), che giostra tra una FKA Twigs e i Portishead (Amandine Insensible o la bellissima Hubris) e che riesce a mantenere continuamente alta l’attenzione dell’ascolto dell’album, passando da momenti più distesi e quasi smokey jazz (Replaceble) ad un angoscioso dismorfismo musicale come in Libertine, brano che sembra uscire dalla collaborazione tra Tricky e Björk. Nella coerente struttura delle canzoni – docili beat che fanno spazio alla voce di Sevdaliza strisciante tra glitch elettronici – si inseriscono poi momenti di straniamento come il violino in Grace o il pianoforte à la Pyramid Song (Radiohead) di Hubris.
In Shamaran, misteriosa e mistica ode all’oscurità e alla paura dell’incertezza della vita, Sevdaliza si chiede: «Dove dovrei andare?». La strada, a noi, sembra quella giusta, quella cioè che conduce a un disco per nulla immediato ma allo stesso tempo puntellato da sprazzi di pop e da passaggi più accessibili. Con Ison, Sevdaliza dimostra di essere un’artista di una temperanza rara, che non deve necessariamente rimanere nella comfort zone per evitare di scomodare la creatività, dimostrando quanto sia necessario sempre più liberarsi da alcuni costrutti mentali per sfondare le barriere protettive che, sì, ci fanno dormire in sicurezza, ma non ci concedono il beneficio del rischio.
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