Recensioni

7.2

Il centro non regge, siamo tutti rotti dentro, scissi tra alti e bassi, stupori e paure. Il centro non regge, nel senso che la mancanza di equilibrio è legge: il mondo, oggi, è questo. È estremo e spesso estremista. Il riferimento è forse alla frase “Things fall apart; the centre cannot hold” di Yeats, dalla poesia The Second Comingdel 1919? L’immaginario post-apocalittico si adatterebbe d’altronde ai giorni correnti. Le Sleater-Kinney sono sempre state una band capace di essere terribilmente emotiva, eppure assai lucida sulle questioni sociopolitiche più rilevanti per le persone là fuori. “Una band della vita”, per chi le ha ascoltate sul serio, su disco – questo, The Center Won’t Hold, è il nono in studio – e dal vivo. Una band formativa, ciononostante di rottura. Una delle band più rilevanti al passaggio fra seconda metà dei Novanta e nuovo millennio. Per Greil Marcus, «the best American band».

Il centro non regge neanche per loro, però. «Tutto ha un inizio e una fine, ma non sai davvero quando una cosa inizierà o finirà», diceva Janet Weiss quattro anni fa. Ecco, Janet a luglio è uscita dal gruppo, a registrazioni ultimate ma prima della pubblicazione del nuovo album. Perché? In realtà, la motivazione non è stata chiaramente esplicitata, il che risulta stranamente sinistro considerando il clima comunitario al quale eravamo abituati: «La band sta andando in una nuova direzione ed è tempo per me di andare avanti». Ma basta un cambio di direzione, magari di fisiologico passaggio, per abbandonare la nave sulla quale si ama viaggiare? Bastano delle ritmiche più simili a una drum machine che non a una reale batteria per sentirsi tagliati fuori? Improbabile. A stretto giro, la replica di Carrie Brownstein: «Cosa dovrei dire? Se n’è andata. Le abbiamo chiesto di restare. Abbiamo provato. È dura e triste […] Le cose cambiano, anche quando quei cambiamenti sono difficili e inaspettati. Quattro donne fantastiche hanno lavorato su questo disco e onoreremo quel lavoro».

Andando con ordine. Le Sleater-Kinney sono la creatura a due teste di Carrie e Corin Tucker. Una creatura messa in piedi nel 1994, a Olympia, Washington. Conosciutesi sui banchi dell’Evergreen State College, Carrie e Corin, all’epoca, erano rispettivamente impegnate in Excuse 17 ed Heavens To Betsy. Le Sleater-Kinney nacquero come attività parallela e divennero ben presto priorità in seguito allo scioglimento delle formazioni antecedenti. Dopo la ruvidezza dei primi due dischi, da avere assolutamente per accostarsi al movimento riot grrrl, il turning point arrivò con il cult Dig Me Out del 1997, grazie alla firma con Kill Rock Stars… e soprattutto grazie all’ingresso in organico di Janet, a rimpiazzare le precedenti batteriste. Assieme a lei, il raggiungimento dell’intesa perfetta. Oltre che il pur relativo successo, di pubblico e critica. Da lì, il più orecchiabile indie rock di The Hot Rock, successivamente i policromi All Hands On The Bad One e One Beat – concentrati sul music business vissuto da una band di sole donne e sulla controversie dell’era Bush. Infine, il passaggio a Sub Pop e l’uscita del monumentale The Woods, prodotto da Dave Fridmann con retrogusto Seventies: uno dei titoli memorabili degli anni Zero. A chiudere, il fulmine a ciel sereno: la pausa indeterminata, il sipario che si chiude con il concerto del 12 agosto 2006, al Crystal Ballroom di Portland.

Dunque, da una parte la line-up storica e storicizzata è “quella”: Carrie Brownstein (nel mentre trasformatasi in una celebrità grazie a Portlandia, lanciata nei panni di attrice e autrice – consigliamo il suo memoir Hunger Makes Me A Modern Girl), Corin Tucker (negli ultimi schizofrenici anni mamma full time, attiva come solista e al fianco di Peter Buck nei Filthy Friends), Janet Weiss (una delle batteriste più quotate su scala mondiale, già ai servigi di Stephen Malkmus e al momento focalizzata sui suoi Quasi al fianco dell’ex marito Sam Coomes). Quest’ultima è insostituibile, inutile girarci attorno. Dall’altra parte, le canzoni delle Sleater-Kinney sono state e sono e saranno sempre composte da Carrie e Corin (stavolta anche tramite GarageBand, inviandosi file da un computer all’altro), entrambe al microfono e alla chitarra, a stabilire l’inconfondibile unicità di una formula che vive della loro incessante interazione: «Abbiamo imparato a suonare l’una in base allo stile dell’altra». Carrie, guitar hero, e Corin, soprannominata The Tool per la lacerante intensità con vibrato da soprano della sua voce. Spesso il rock ha vissuto di accoppiate complementari. Legittimo che le due vadano ancora avanti.

Allora, cos’è che fa tanto male e induce perplessità? Le Sleater-Kinney sono una faccenda identitaria, di alchimia. Non c’è mai stato niente di ordinario nella loro storia. Tenuta segreta a lungo, la reunion che ha marchiato a fuoco il 2015 – a venti anni dall’omonimo esordio discografico, a dieci dal precedente album e a nove dall’annuncio dello stop – è stata una delle più coerenti ed emozionanti delle cronache rock e ha contribuito a renderle eroiche.  “We win, we lose, only together do we break the rules / We win, we lose, only together do we make the rules”, cantavano in Surface Envy, secondo brano estratto da No Cities To Love, il disco del clamoroso ritorno a sorpresa per dieci inni punk-rock ad alto tasso energetico. L’energia sprigionata dal ri-suonare l’una accanto all’altra, chiaro. Everett True, uno che non ci è mai andato leggero e che per esempio ha odiato la rimpatriata dei Pixies, così come tutte quelle mosse da calo di ispirazione o dalla brama di denaro, esultò subito affermando che le tre signore “fucking ROCK come pochissimi altri” colleghi. Uno stato di grazia certificato da un tour, al solito, esplosivo: la testimonianza arriva nel 2017 con Live In Paris (chi scrive peraltro c’era, nella capitale francese, e non se lo dimenticherà).

Parlavamo di “quattro donne” al lavoro su The Center Won’t Hold. La quarta è Annie Clark, in arte St. Vincent, ex della Brownstein – proprio come Corin, andando molto a ritroso nel tempo – e fan di lungo corso delle Sleater-Kinney. Beh, la presenza della Clark in cabina di regia trasuda da ogni poro dell’album. Trasuda dalle sonorità maggiormente digitali, dal trattamento “alieno” delle sei corde, dall’incremento dei cori, dai videoclip concentrati sull’utilizzo dei social network, dagli artwork (in primis da quello del singolo Hurry On Home, che richiama Masseduction) – da quanto abbiamo potuto constatare, in attesa di scoprire come si strutturerà il prossimo tour, finanche dall’assetto live: durante l’esibizione sotto tono al talk show di Jimmy Fallon era infatti presente persino la sua tastierista, Toko Yasuda. Ottima idea, sulla carta, quella di unire le forze con Annie. Farsi talmente influenzare da chi si è influenzato in passato, ad ogni modo, è bizzarro. Le Sleater-Kinney hanno detto tutto, prima di tutte le altre, senza alcuna retorica: dalle battaglie femministe all’appropriazione della propria sessualità. Con un’autenticità difficilmente conciliabile con la dissacrante costruzione “anti-star system nello star system” del personaggio St. Vincent. Da un punto di vista sonoro, peraltro, le Sleater-Kinney sono  sempre state affascinate dal pericolo insito nell’esplorazione: non è una novità. A inizio carriera sono state giustamente inquadrate, come dicevamo prima, nel fenomeno riot grrrl, ma via via non si sono fatte mancare nulla e il punk degli albori ha fatto spazio a un pop-rock sfaccettato e multiforme. Il loro sound, in un’evoluzione naturale e priva di artefatti colpi a effetto, era già stato opportunamente modernizzato in No Cities To Love, un gran disco che parlava – tra le altre cose – di decadenza, a partire dalla sua immagine di copertina. Sulla copertina di The Center Won’t Hold, invece, i volti di Corin, Carrie e Janet si completano a vicenda, oppure vanno in frantumi? La decadenza sta per caso avvenendo “adesso”?

Com’è, in sostanza, The Center Won’t Hold? È un capitolo a sé stante, non il migliore delle Sleater-Kinney. È una parziale delusione? No, perché mostra spunti interessanti, che virano in maniera inedita verso il post-punk e il noir synthpop, calandosi nel caos brutale in cui stiamo vivendo e restituendo attenzione alla fisicità, sebbene rinunci all’aggressività del passato. Non è un disco che tenta soluzioni più accessibili, di comodo. No, è un disco di curiosità, di cambiamento, come cambia per l’ennesima volta l’etichetta: Mom+Pop per gli U.S.A. e il Regno Unito, Caroline International – la stessa di St. Vincent – per il resto d’Europa. Quando compi un azzardo, perdi qualcosa.  Quando rischi, vinci qualcosa. Carrie e Corin hanno tuttora fame di confrontarsi con il mondo, con il presente, anche a costo di sacrificare le proprie sicurezze. Anche a costo di andare in frantumi, come tutti noi, assieme a noi.

I clangori dark che aprono la title-track, giocata su disorientanti contrasti elencati da Carrie, indicano una band “altra”, immersa in un rituale post-industrial alla Nine Inch Nails, sino al minuto finale, in scatenata progressione future-punk, con la voce di Corin che subentra, devastante. Hurry On Home, scelta come estratto apripista, al di là dell’orecchiabilità, possiede in fondo tutte le caratteristiche adrenaliniche delle più indomite Sleater-Kinney, mentre il testo, sì, con Carrie mattatrice, poggia su soluzioni vicine all’ambiguità di St. Vincent: “You know I’m unfuckable, unlovable/ Unlistenable, unwatchable / But just hurry on home to me”. Sino al contro-refrain conclusivo, emblema della pluralità delle liriche. Reach Out, a ruota, è super pop ed entra subito in testa, affidata a Corin, in tonalità più basse rispetto al solito: “Reach out, darkness is winning again / Reach out and see me, I’m losing my head / Reach out, I can’t fight without you, my friend”. Potrebbero parlare di se stesse, in un sistema di specchi infrangibili. Potrebbero rifarsi a Personal Jesus dei Depeche Mode, tra le ispirazioni dichiarate del nuovo corso: “Reach out and touch faith”!

Can I Go On si sofferma sull’alienante dipendenza da tecnologia e sull’antidoto rappresentato dal desiderio umano, con piglio new wave tra Blondie e Devo e riff, eccoci, troppo in odore St. Vincent, con un altro ritornello infettivo e un bridge a fungere da immancabile sterzata. Restless è una ballata semplice e classica, dedicata alla bellezza nell’assenza di essa: non siamo però ai livelli di una nuova Modern Girl. L’attenzione torna ad accendersi con RUINS, scurissima e scossa dall’elettronica, da giustapposizioni di chorus, da efficaci rasoiate elettriche: chi avrebbe mai immagino delle Sleater-Kinney dalle vibrazioni vagamente Siouxsie & The Banshees? Bad Dance è un’altra piccola sorpresa, dal groove accentuato in ottica funky: “And if the world is ending now / Then let’s dance the bad dance”. Si balla, sì, collegandosi a tratti al secondo album in proprio della Tucker, ma la Brownstein si conferma protagonista. Seconda ballata, dalla morbida impronta Eighties: The Future Is Unwritten ribadisce l’alienazione da schermo e il senso di solitudine contemporaneo: “Never have I felt so goddamn lost and alone /Are you my friend? Are you there for me?”. The Dog/The Body è un altro pezzaccio da jukebox, una breakup song da alta rotazione radiofonica: il songwriting è robusto e non si vergogna di sfoderare melodie immediate. La chiusura con la pianistica, sofferta Broken, interpretata dalla Tucker, non può non far pensare a MassEducation di St. Vincent – in realtà, guarda a Rihanna – e si riferisce alle accuse di molestia sessuale mosse da Christine Blasey Ford contro Brett Kavanaugh, giudice della Corte Suprema di Giustizia nominato da Trump. “But I’m breaking in two / ‘Cause I’m broken inside”. Il centro, appunto, non regge. MeToo, WeToo.

La meta-narrazione, mai venuta meno nei testi del trio (vi ricordate Step Aside?), riprende in LOVE, settima traccia in scaletta delle undici totali. Brownstein, istrionica e scattosa, cita Call The Doctor e Dig Me Out – il secondo e terzo album delle medesime Sleater-Kinney – e declama frasi costituite da ricordi palesemente autobiografici, rivolti all’inseparabile Tucker: “A basement of our own, a mission to begin / You and me, strings and a melody / It took a little while, but now I see it’s…”. Poi arriva Tucker, per un ritornello epico costituito soltanto dalla parola “amore”. Brownstein puntualizza: “We can be young, and we can be old / As long as we have each other to hold / And we can be rough, and we can be smooth / There’s nothing to hide and nothing to prove”. Non hanno niente da dimostrare, queste signore. Niente. Che vestano in maniera ruvida o levigata le proprie canzoni, appunto. Brownstein aggiunge, perentoria, a fugare qualsiasi dubbio sull’eventuale mercificazione da show business e di pari passo sulla libertà di essere “qualsiasi cosa” a qualsiasi età: “There’s nothing more frightening and nothing more obscene / Than a well-worn body demanding to be seen/ Fuck”. È cambiato tutto, ma in fondo non è cambiato niente.

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