Recensioni

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Enough is enough, dicono gli inglesi. Quando è troppo è troppo, e la fregola 80s ormai è un morbo che andrebbe messo in lockdown permanente. Non bastavano le innumerevoli porcherie circolate ultimamente, stavolta a contagiarsi sono stati gli Smashing Pumpkins, che a ben vedere il loro tributo agli anni Ottanta l’avevano già reso vent’anni e passa fa con Adore. Ma lì il risultato fu egregio, anzi parliamo di uno dei dischi che più contribuirono all’inizio della riscoperta con costrutto di un decennio che, con riferimento alla cultura popolare, ha fondato canoni estetici per certi versi ancora validi. A patto che non se ne abusi. Mica per niente, il rischio – abbondantemente sostanziatosi in realtà fattuale, a questo giro – è di scadere nel ridicolo.

Ecco, Cyr è un album che purtroppo dobbiamo definire ridicolo. Un doppio, per di più. Un’ora e rotta di stanca litania che ammazza ogni più generosa benevolenza. Siamo dalle parti della parodia di se stessi. Una parodia inconsapevole, poiché la banda Corgan – di nuovo composta, oltre che dal suo deus ex machina, da James Iha e Jimmy Chamberlin, con l’aggiunta di Jeff Schroeder – sembra prendersi tremendamente sul serio finendo col somigliare alla versione da cabaret dei Joy Division. Che brutta fine per i nostri amici di Chicago. E alzi la mano chi vi ha mai trovato buone ragioni a supporto avendo assistito alle loro varie e lasche reincarnazioni post 2000, tra sortite da one man band, riedizioni monche della lineup e lavori a dir poco prescindibili. E questo nuovo capitolo, l’undicesimo in carriera del gruppo, mette la pietra tombale sul tutto, smorzando ogni riviviscenza di passione. Non solo ci lascia per strada in panne ma se la squaglia pure promettendoci soccorsi che mai arriveranno. Più che un falso amico, un vero infame. E sì che il precedente lavoro Shiny and Oh So Bright, Vol. 1, pur non brillando, qualche fioco bagliore lo regalava, magari anche solo per i fili che facevano contatto. Qui invece è tutto morto. Resta solo, a rievocare gli antichi fasti del marchio, l’inconfondibile timbro vocale del vecchio Billy, che senza una valida scrittura a supporto – ma è colpa sua se manca – somiglia più allo stridulo miagolio di un gattone ciecato e senza unghie.

Synth e tastiere a profusione, ma la ciccia è poca. Si volevano allestire atmosfere crepuscolari ma il tramonto si rifiuta di andare in scena lasciando il passo al buio pesto. E poco importa che uno dei passaggi del lotto, peraltro tra i pochi un po’ meno tragici, s’intitoli proprio The Hidden Sun, brano dal tiro danzerecccio che se non altro ha il merito se non di svegliarci dal torpore, quantomeno di farci cambiare il fianco sul quale stiamo dormendo. Per il resto, si resta allibiti di fronte a tanta pochezza, a maggior ragione per il fatto che tale sforzo al ribasso finisce col suonare perfino offensivo rispetto a un passato glorioso, per quanto remoto. Per dire, l’opening The Colour Of Love vorrebbe ripetere gli epici fasti di una The Everlasting Gaze ma Dio ci perdoni per il solo averla nominata, quest’ultima. Così come Ramona sembra la sorella sfigata, quella rimasta a casa coi genitori mentre le altre si sposavano, di quelle Sheila, Daphne e Martha che popolavano il mondo al femminile del suddetto album del 1998 a cui tutti abbiamo pensato ascoltando le anticipazioni di questo nuovo capitolo, che al confronto col suo illustre predecessore è il niente quasi assoluto. Un niente che allappa, che nausea. Il Nulla michaelendiano che divora Fantasia e produce spasmi da vuoto allo stomaco che è quasi meglio mangiare le rocce.

Save Your Tears è il titolo di un altro passaggio, ma qui anche delle lacrime siamo stati prosciugati. Ormai gli SP non producono più reazioni. E pure quando provano a cambiare registro proponendo un crossover d’annata tipo Wyttch verrebbe da scoppiargli a ridere in faccia. Come quando, un mesetto fa, hanno detto di voler realizzare il seguito di Mellon Collie And The Infinite Sadness e Machina. Se questo è l’andazzo, e ormai s’è capito che d’ora in poi non si potrà che peggiorare, molto meglio sarebbe se Corgan e soci si spremessero le meningi per scriversi un buon epitaffio. Qualcosa à la Walter Chiari, che faccia ridere, se non altro. Le Zucche una volta erano Favolose, ma oggi sono buone al massimo da scavare per le decorazioni di Halloween. E sì che il nostro De Luca ci aveva avvertito di diffidare dalle carnevalate.

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