Recensioni

Tempi strani i fine Settanta – inizio Ottanta in terra britannica. Tempi in cui i suoni roboanti e maleducati del punk scemavano inesorabilmente in favore delle decadenti stramberie claustrofobiche della nascente new wave e dove l’irriverenza di band come Sex Pistols, Buzzcocks, Damned veniva rapidamente soggiogata e annichilita dalle turbe psichico-esistenziali di Joy Division, Cure, Bauhaus. Difficile in un clima musicale plumbeo e rassegnato come quello ipotizzare una rinascita musicale a tinte forti, ancora più complicato procrastinare l’avvento di esperienze sonore legate a filo doppio alla cultura psichedelica e poppeggiante dei Sixties. Eppure è proprio nel ’78 che nascono a Cambridge, su iniziativa di Robyn Hitchcock, Kimberley Rew, Matthew Seligman, e Morris Windsor, i Soft Boys.
Immaginatevi la scena: un club di periferia, stipato fino all’inverosimile di revanscisti della spilla da balia. Sul palco quattro malandrini dal coretto facile che citando indirettamente il William Burroughs di The Soft Machine, si fanno chiamare “ i ragazzi soffici” e cantano di vibrazioni positive. Può esserci qualcosa di meno cool e più fuori tempo di tutto questo? E infatti i Nostri rimarranno una band di culto fino al 1982, anno che sancirà definitivamente la fine della loro avventura.
Un peccato se si pensa all’ottimo A Can Of Bees, acerba raccolta di psichedelia retroattiva farcita di chitarre à la Television e data alle stampe dal gruppo nel ‘79; quasi una tragedia se ci si attarda a considerare l’opera pubblicata un anno dopo, quell’Underwater Moonlight che sancirà definitivamente l’ingresso del quartetto nello scintillante quanto misconosciuto empireo della neo-psichedelia inglese. Tra le tracce del disco trovano posto i Byrds più jingle jangle e i tracciati irregolari di Captain Beefheart, le deviazioni acide di Syd Barrett e l’afflato melodico di certi Beatles, l’approccio strumentale dell’art rock americano e un’indole squisitamente pop, in un’emulsione spigolosa ed eccentrica, fuori sincrono e surreale, policroma e fantasiosa. Una musica che imbastardisce il punk storpiandolo nell’inno politico di I Wanna Destroy You – invettiva dedicata all’allora primo ministro inglese Margaret Thatcher -, si srotola in armonie corali e anfetaminiche degne dei migliori Beach Boys in Positive Vibrations, cita il David Bowie più cavernoso tra i colpi di riff che decorano il blues drogato di I Got The Hots, si abbandona ad arpeggi alla Byrds “otto miglia più in alto” in The Queen Of Eyes. Dal cilindro del gruppo non escono soltanto conigli bianchi ma una varietà di creature fantastiche degne del miglior Carroll, insoliti scarti melodici e progressioni mai banali, come dimostrano il crescendo di Insanely Jelous e Tonight, lo strumentale di You’ll Have To Go Sideways o l’ironica title track.
Se la personalità delle armonie non passa inosservata, lo stesso dicasi per i testi di Hitchcock: una ratatouille di cieli cremosi, bulbi elettrici, gelosie insane, vecchi pervertiti, insetti che scorrono sottopelle, parte integrante di un immaginario narrativo figlio delle ossessioni di Syd Barrett ma al tempo stesso esaltazione dell’accostamento insolito, del gusto per l’iperbole. Un disco da classificare alla voce “pop psichedelico”, sopravvissuto all’inesorabile trascorrere del tempo ed eguagliato soltanto da quel Nextdoorland che nel 2002 sancirà la reunion ufficiale della cricca di Hitchcock.
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