Recensioni

7.5

Forse è bene risparmiarsi la lunga retorica su come, immaginiamo, sia scivoloso vivere all’ombra di una sorella – Beyoncé – così ingombrante, non tanto a livello di personalità, quanto di popolarità. Immaginiamo che Solange, la trentenne figlia di Mathew e Tina Knowles, si sarebbe risparmiata volentieri molto del trambusto mediatico in cui la sua famiglia, e in modo particolare sua sorella e il marito, sono stati immersi negli ultimi 15 anni. O forse proprio quel trambusto l’ha aiutata a costruire gli epigoni di una personalità apparentemente distante da quella del resto della famiglia. Fatto sta che, poco dopo i 30 e con alle spalle già un matrimonio e un divorzio, un figlio (Julez) e diverse apparizioni in film di livello (Bring It On, per dirne uno), Solange Knowles ha personalità autonoma e carisma da vendere, e ha già stampato due album che spaziano dall’hip hop in scia Timbaland (Solo Star) all’ambient funk/soul 60s-inspired di Sol-Angel and The Hadley St. Dreams.

Le aspirazioni e le atmosfere di questo terzo capitolo dal titolo emblematico A Seat at the Table sono decisamente più raffinate. Solange si unisce alla (lunga) lista di artisti che, con determinazione e maggiore aspirazione di altri, fanno filtrare la politica del black lives matter in profondità nella propria opera. La scelta può sembrare una facile risposta agli scossoni politico e sociali di un America, patria di presunta democrazia, in cui i diritti civili per tutti sembrano ancora un’utopia, eppure Solange è artista di estrema delicatezza e gusto. Anche quando le riflessioni politiche partono dall’esperienza personale – di una famiglia, la sua, che ha radici in Louisiana e da lì fu costretta a fuggire – c’è sempre un sentimento di collettività emotiva che vien facile collegare a un’altra grande opera del genere, To Pimp A Butterfly di Kendrick Lamar.

L’album in sé è un lungo concept sulla riappropriazione identitaria, sull’indipendenza, sul dolore e sulla lotta, dedicato principalmente alle donne di colore, ma allargato per sineddoche a tutta l’America che soffre e si ribella: un po’ come ha cercato di fare Beyoncé a partire dalla famosa auto della polizia risucchiata nell’acqua, ma con tutt’altro tocco. Un tocco che, grazie all’aiuto del maestro Raphael Saadiq ai suoni, persegue sulla stessa linea di “riappropriazione” dal punto di vista musicale, facendo collidere questo tappeto di atmosfere jazz e soul con milestones della musica nera quali Herbie Hancock, Janet Jackson o Stanley Clarke.

A Seat at the Table ha quello che serve per rendere un’opera musicale, un’opera d’impatto sociale. Naturalmente, nonostante vari brani (Cranes In The Sky, Mad, Don’t You Wait, Don’t Touch My Hair, F.U.B.U.) conservino intatta la forma canzone e siano, per così dire, pop-accettabili, l’album è chiaramente poco interessato all’aspetto radiofonico. Come succede anche a un altro disco del genere, Freetown Sound di Blood Orange, mancano i singoli, i brani che definiscono l’album, ma poco male. Il disco è chiaramente un concept e funziona solo in quanto tale, tanto che è popolato da Interludes, molti dei quali sono registrazioni di familiari di Solange intenti a ricordare eventi di vita in cui si sono trovati costretti a lottare a causa del colore della loro pelle.

Uno di questi episodi apre a F.U.B.U., un’allusione al brand di moda in stile parata jazzistica di New Orleans su messaggi di affermazione identitaria («This shit is for us»), decorata dalle intromissioni di the Dream e BJ The Chicago Kid; Rise, che apre il disco, mette d’altronde in chiaro le cose: qui si parla di alzare la testa, dopo la caduta («Fall in your ways so you can wake up and rise»). Ci sono, alcuni episodi poi che sono resi ancora più preziosi dalle collaborazioni: è il caso di Mad feat. Lil Wayne che, insieme a Don’t Touch My Hair feat. Sampha (ispirata al saggio da lei scritto dopo un atto di razzismo a un concerto dei Kraftwerk), rappresentano i brani di indignazione e rabbia, e entrambi sono più spiccatamente electro-funk.

L’album non poteva, infine, non racchiudere brani pensati in uno stile più 80s, che però strizza l’occhio a elementi drum & bass: Cranes in The Sky, condita da una sezione ritmica upbeat e un organo continuo, suona come la Hold On della sorella per quanto riguarda meccanismi di fuga dal dolore («I tried to drink/sex/dance/work/read it away»); Don’t You Wait, in questo senso, è un piccolo capolavoro a metà strada fra Michael Jackson e The Weeknd; Junie è più spiccatamente new-funk/quasi Bruno Mars; Weary, che con la sua area di rassegnazione e solitudine racchiude le essenze del disco in leggeri synth intessuti in partiture di basso funky, sembra la versione più animosa di una FKA Twigs o un’Alicia Keys su una traccia di Blood Orange.

Grande cosa questo terzo disco di Solange, che, a testimoniare l’interesse tutto artistico della cantante, arriva a quattro anni dall’EP True e a ben otto dall’album precedente. A Seat at the Table è un album da trattare responsabilmente, inserendolo in un contesto preciso che è quello di un frangente di black music che riesce a diventare universale e comunica messaggi potenti in maniera non certo immediata, ma con i mezzi propri di questo ventunesimo secolo.

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