• Mar
    01
    2019

Album

Columbia Records

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Nel cafonissimo video della sorella e del marito di lei – Apeshit da Everything In Love – la coppia superstar si vanta delle proprie ricchezze e paragona la velocità con la quale il denaro va e viene con quella di una Lamborghini. Una SUV dell’iconica azienda italiana produttrice di automobili di lusso appare poi durante il clip. E se fa strano vedere un fuoristrada prodotto dal team di Sant’Agata Bolognese, il punto non è proprio questo ma quanto distante sia il boasting dei Carters con il loro impero di fama e dollaroni dalla ricerca delle (sue) origini che Solange ha apparecchiato per quest’album.

Sin dal titolo, When I Get Home si presenta come profondo diggin’ nella tradizione musicale (e non solo) afroamericana, senza scordarsi della contemporaneità e con un occhio ben saldo verso tutta una serie di riferimenti Southern che diremo. Insomma, ecco un disco pubblicato a sorpresa che butta praticamente tutto su un concept colto e raffinato, realizzato da una donna nera brava e di successo che è finalmente riuscita a smarcarsi dalle ingombranti parentele. Esiste qualcosa di più contemporaneo e inattaccabile di questo, all’indomani del trionfio di Black Panther alla notte degli Oscar, di tutto lo stuolo di polemiche #metoo e nell’America di Trump?

Passo indietro: come da luogo comune, il secondo disco è sempre il più difficile. Non che When I Get Home sia davvero il secondo album di Solange, ma come dicevamo sicuramente è il secondo da quando agli occhi del mondo non è più semplicemente la sorella meno diva di Beyoncé. Ripetere il successo di pubblico e critica ottenuto con A Seat at the Table non era certo facile, e Solange si è accorta – o almeno questa è la forte sensazione – di non avere tra le mani pezzi neanche lontanamente all’altezza di quelli contenuti nell’episodio precedente. Così la strada scelta (obbligata) è stata appunto quella quella del polpettone impegnato e cool, traboccante di blackness e sfoglie avant-jazz. Una narrazione di uotpie afrofuturiste, all’inseguimento di una Houston-of-the-mind a metà tra roots e slancio chimerico. Il risultato è un viaggione lungo 19 pezzi (ma per soli 40 minuti di durata complessivi) infarcito di interludi e riferimenti “alti”, nessun singolo spendibile (l’unico che ci si avvicina vagamente è Stay Flo, che fa molto Erykah Badu) e un’aura decisamente pomposa da opera di spiritual jazz che flirta col pop senza scansarlo in toto. Il jazz in questione non è quello caotico targato Brainfeeder e nemmeno quello fondamentalmente reazionario di un Kamasi Washington. Si tratta per lo più di una fascinazione a metà tra Alice Coltrane e Pharao Sanders gestita con un impianto minimal cucito su bassi sintetici arzigogolati e lievi contrappunti pianistici, qualche fiato a riempire lo sfondo, occasionali svolazzi cosmici (come la coda di Beltway) e il recupero southern cui accennavamo: sia lirico (le macchine pimpate di Way to the Show, qualche sparso riferimento alla religione voodoo) che produttivo, come nel caso del tributo chopped & screwed di Almeda. Non che ci sia nulla di male, ma il risultato finale è un disco che sì cresce con gli ascolti, rivelando sfumature e profumi di intensità crescente, e tuttavia resta irrisolto e spesso soporifero.

I testi sono forse il tratto peggiore, con continue ripetizioni che portano rapidamente allo stremo la pazienza dell’ascoltatore: addirittura in Dreams sembra in più di un’occasione di essere precipitati in un loop senza fine, perso in un irrisolvibile bug di sistema. Il team produttivo alle spalle peraltro è di quelli tosti: Dev Hynes / Blood Orange, Standing in the Corner, Metro Boomin, Earl Sweatshirt, Panda Bear, Tyler the Creator, Pharrell Williams. E poi ci sono gli ospiti: Gucci Mane, Sampha, The Dream, Playboi Carti. È chiaro che un All Star Team di tale caratura sia a sua volta funzionale all’inseguimento dello status di disco black tout court, con i singoli interventi esterni comunque mai predominanti: le apparizioni restano poco più di meri camei, e la sensazione è che l’intero bandolo della matassa sia interamente e saldamente nelle mani di Solange. Il paragone più immediato con un (grande) disco recente è sicuramente con Blonde di Frank Ocean a livello di fluidità e ambizioni. La differenza sostanziale è che di là c’erano anche i pezzi, e qui invece – molto semplicemente – no. E allora un rimando più calzante potrebbe essere piuttosto l’ultimo Negro Swan del sopracitato Hynes (tra l’altro uno senza il quale la sua proposta non sarebbe la stessa, vedi Losing You): anche lì, tanto stile e tanta ricercatezza, tante ambizioni e tanta correttezza di premesse, e anche tanta irresolutezza.

11 Marzo 2019
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