Recensioni

7.2

I Soviet Soviet sono un gruppo che ha fatto tanta gavetta, ma soprattutto l’ha fatta di lusso. Innanzitutto perché i Nostri fanno parte di quella schiera di artisti che i circuiti mainstream (o pseudo-alternativi) fanno fatica a riconoscere, generando come ideale conseguenza una migrazione che li ha portati in giro per l’Europa. E, guarda caso, soprattutto nell’Est, dove il loro nome (e che nome evocativo per quegli Stati!) ha cominciato a girare parecchio. L’ha fatto grazie ai tantissimi concerti con gli A Place To Bury Strangers, ad esempio, con i quali il trio pesarese condivide una certa attitudine disordinata, post-punk.

Prima di Fate (ufficialmente, l’album d’esordio), dunque, i Soviet Soviet avevano creato un terreno fertile con tanti show, rimarcando l’importanza effettiva del live nel loro sound. D’altronde ci eravamo accorti già ai tempi di Summer, Jesus che le loro caratteristiche revivalistiche e nostalgiche (di quel sound infinito che può generare l’ascolto ossessivo di Joy Division e successivi) vibravano di interferenze positive, con le quali i “sovietici” non si ponevano problemi di sorta a sacrificare i loro idoli e a contaminarli, digerirli e rielaborarli nella maniera che gli era più congeniale. Se ne era accorta la stampa internazionale, con uscite su giornali di primo piano come The Fader e Stereogum e, soprattutto, qualcosa aveva fatto scattare la scintilla con l’apertura delle due date italiane dei P.i.L., evento che li ha, definitivamente e per quanto possibile, consacrati.

Fate, d’altra parte, si presenta come un album omogeneo, che non tradisce le aspettative che il trio ha seminato in questi anni. Profondamente rosso ed esistenziale, giocato su riff di basso spiccatamente new wave (alla Peter Hook, se dobbiamo fare un nome), sui quattro quarti in sedicesimi suonati da una batteria impazzita, su riverberi intimi di chitarra distorta diventati ormai cifra stilistica nella scena pesarese (pensate a Be Forest o Brothers In Law). Nebuloso ed oscuro, Fate è anche un disco a cui piace giocare con le melodie. Il rischio – e l’avevamo notato già in sede di live – è quello di sprigionare la catena di referenze in stile Placebo e tutte quelle più post-post che post (punk), anche se brani come la melodicissima Gone Fast calibrano bene dream e post-rock, quasi a volersi proclamare più debitori di Jesus & Mary Chain e Cure, che altro.

Il resto, come detto, lo fa un’ottima produzione, una vena ispirata, immediata, urgente, come solo il punk sa essere. La voce di Andrea, prepotentemente nasale, è lo squillo che richiama Bowie, imitato a dovere da Peter Murphy dei Bauhaus. Ed è in quella zona gelida, claustrofobica, dark, che si vanno a sistemare i brani più interessanti: a partire dal singolo 1990, con la chitarra tirata, gli ottavi raddoppiati, il basso prorompente; passando per Introspective Trip, evidentemente fulminato a dovere dalla lezione dei Crocodiles (come Together, d’altronde) e, soprattutto, dalla messa a lucido di Further, summa stilistica del percorso intrapreso dai tre, con il muro ritmico che quasi sfocia nel noise e la chitarra che si mimetizza nell’impasto del brano. Grande responsabilità, infine, per No Lesson, che – se è vero che ricorda il lato buono della band di Brian Molko – contiene al suo interno un’ampia fase riflessiva, uno di quei silenzi che non capitano spesso nel disco e che, in crescendo, riporta tutto al fade out sognante.

Avranno perso forse un po’ della crudezza, della rozzezza tipica di tre ragazzacci con pochi mezzi, che vogliono fare un po’ di casino, ma Fate parla chiaro: si può essere maturi, senza perdere la voglia di infiammarsi. Per il resto, si consiglia di dare uno sguardo alle date dell’imminente tour; i live a Brooklyn e Los Angeles non mentono: l’Italia è ben rappresentata.

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