Recensioni

7.2

In principio c’era stato un EP in cui cercavano di dire la loro nell’affollato panorama del nuovo shoegaze. Dopo tre anni, i lombardi Submeet tornano con tanta esperienza in più e un sound ricalibrato. Il trio si muove sulle coordinate di un post-punk contemporaneo che ha evidenti affinità elettive con i Preoccupations, ma punta anche, con una certa veemenza, verso i suoni scabri che appartengono alla tradizione del noise rock americano (boogie nevrastenici, sincopi violente e non solo). Le suggestioni varie che si incrociano all’ascolto di Terminal, sempre all’insegna del rumore, passano dalle abrasioni chitarristiche degli A Place to Bury Strangers, all’insolenza metallica e filoindustrial dei Big Black, a una certa psichedelia livida e aliena-disumana che evoca a chi scrive addirittura certi Killing Joke o Chrome prima maniera. Buoni gusti quindi, e anche buone idee.

Che questo Terminal sia un vero concept album oppure no, il motivo conduttore è un “immaginario aeroportuale” per cui i Submeet si collocano all’estremo opposto della muzak di sottofondo, così come delle musiche-per-aeroporti alla Brian Eno, quelle quiete-rarefatte-meditative a cui penseremmo ingenuamente sentendo pronunciare il nome dei non luoghi crocevia del nostro tempo. Al contrario, abbiamo una full immersion nel cuore pulsante e spaventevole di quel marasma umano e meccanico, di quel gran via vai lobotomizzato che corrisponde all’esperienza quotidiana di un moderno aeroporto.

Il brusio d’inferno – in tutti i sensi – e l’overdrive/overload sensoriale che si possono sperimentare in un qualunque terminal affollato diventano il tramite di un’esperienza alienante e rivelatrice. E la band, che sa fare di metafora virtù, traduce il tutto in un’estetica musicale altrettanto maniacale e sovraccarica dell’ambiente sonoro a cui si ispira, con una proposta un po’ naïf ma affascinante e soprattutto con un lavoro riuscito di scrittura e suono.

Il testo della title-track ne è lo specchio. Frammenti di immagini di una qualunque fila al gate o di una sosta in una sala d’attesa, visti in maniera totalmente allucinata, sconvolgente e sconvolta, vanno a comporre questo puzzle distopico («Humanity is at the Terminal» è il ritornello chiaramente giocato su un apocalittico doppio senso) sorretto da una colonna sonora assolutamente adeguata agli intenti: una ritmica gotico-tribale alla Joy Division/Virgin Prunes ma piombata come dai primi Swans; una mano di gelida synthesi; una chitarra che deborda di larsen lancinanti; un giro di basso che sposta tutto verso un blues violento, e un finale degno degli Unsane.

Bell’inizio bissato da Capsule Hotel: ondate fischianti di feedback che si infrangono e riverberano su una linea ritmica spedita, senza scordarsi per strada i ganci con la forma-canzone pop. Molto bene anche Nimby e White Arms, dove le fredde ma ariose geometrie wave dei Preoccupations/Vietcong vengono squassate da sussulti hardcore. Sfuriate sonore che diventano un’unica scossa elettrica fulminante nei due minuti scarsi spesi tutti all’assalto di Boelcke. E a proposito di assalto, i dodici minuti finali di Audiodrome sono l’ultimo crash test di questa formula sonica, un brano che martella a un ritmo forsennato per poi sfrangiarsi in una lunga coda di pura paranoia rumorista.

Per quanto alieni possiamo essere da forme di nazionalismo o campanilismo (o peggio, di quell’altra parola orrida che si usa oggigiorno), siamo ben contenti di sapere che un gruppo con questo sound viene da Mantova e non dal Canada o dagli States. Speriamo di poterne parlare ancora a lungo, e in termini altrettanto positivi.

 

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