• Mar
    02
    2018

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Sony Music Entertainment

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È inevitabile che il nuovo Mowgli di Tedua venga accostato a Rockstar di Sfera Ebbasta; vuoi banalmente perché le due uscite restano cronologicamente limitrofe, vuoi perché – più interessante – entrambi i dischi (e gli artisti) rappresentano una risposta, profondamente diversa e quasi antitetica, alla stessa domanda.

Sfera si è tuffato in un personaggio così facilmente odiabile e attaccabile da chiunque non sia strettamente un suo fan, che gran parte del casino intorno al suo disco è nato dall’indignazione di chi si sentiva oltraggiato dalle pellicce rosa e dalle cazzate, dal titolo rockstar e da qualche affermazione tanto tonitruante quanto scontata («i rapper sono le nuove rockstar»). L’altra metà dell’eco è ovviamente generata da Quavo presente nel disco. Traguardo storico per l’hip hop italiano, e via discorrendo con i luoghi comuni che il mio feed di Facebook si è premurato di sbattermi sotto il naso. Ma scavando un minimo, la ciccia che rimane tra le mani (e tra le orecchie) è ben poca cosa. Da una parte abbiamo quindi un edonismo arrivista e ignorante, tutto quattrini lanciati per aria e bitches sculacciate sorridendo (con i denti d’oro, chiaramente), che non è altro che una stanca riproposizione dello stereotipo del player che nell’hip hop andava già per la maggiore ben oltre vent’anni fa. Con una sverniciata di fresco grazie all’innegabile bravura di Charlie, certo, ma finisce lì.

Dall’altra invece ecco Tedua: il posizionamento di mercato del genovese va nella direzione opposta rispetto a quello di Sfera, e potrebbe dimostrarsi nel tempo ben più oculato e intelligente. Perché Mario è riuscito a restare fresco e à la page per i ragazzini da un lato, ma apprezzabile anche da chi nei confronti della trap è stato sempre scettico (eccomi) dall’altro. E allora, in ordine sparso: apprezzamenti a De André, omaggi ai Sangue Misto, un lessico ben più fornito rispetto alla media dei colleghi, in generale un’aria ben più consapevole (e ambiziosa) rispetto a tanti altri.

E poi c’è il flow, che da una frangia gli ha attirato inizialmente diverse critiche ma – con un po’ di pazienza – rappresenta invece il suo punto di forza. Tedua è immediatamente riconoscibile e i suoi numeri metrici solo apparentemente sconclusionati gli consentono di esplorare le possibilità offerte dalle ritmiche trap secondo modalità ben più interessanti. Sembra quasi che costruisca il suo flow non sul beat, ma intorno ad esso. Restando su Mowgli, un pezzo come La Legge del Più Forte è semplicemente da mani nei capelli per gli incastri che prova. C’è anche qualche sorpresa, come la ballatona con chitarra acustica Vertigini, la svisata drake-iana Aqua (Malpensandoti) o la salsa house-caraibica di Natura (proseguendo il parallelo, il paragone con Ricchi per Sempre è impietoso). È un pop meno generalista di quello di Ghali, e infinitamente meno ottuso di quello di Sfera.

E poi, le collaborazioni: dall’altra parte, un carrozzone in grado di tirare da solo l’intero disco; qui, un autarchica solitudine ostentata con orgoglio e fame. Anche l’altro luogo comune spesso associato alla trap nostrana è sfatato: i beat di Chris Nolan sono ottimi e perfettamente calzanti, ma il vero protagonista resta Tedua, lungo tutto il disco. Alla fine tutta la discussione vecchia/nuova scuola, trap/hip hop eccetera lascia il tempo che trova. Semplicemente, Tedua ed Ernia sono i due nomi più freschi su cui puntare nel nuovo giro. Izi e Rkomi potrebbero esserlo. Stop.

9 Marzo 2018
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