Recensioni

Basta dare un’occhiata veloce alla copertina del primo album dei Temples – promettente quartetto di Kettering che grazie ai suoi primi singoli si è guadagnato la stima di Noel Gallagher (conoscendolo, sappiamo che non è facile…) e Sua Maestà Johnny Marr – per capire che non solo la retromania non intende arrestarsi, ma anzi è destinata a procedere a passi spediti guardando a un passato sempre più remoto. I ragazzi si divertono, sulla macchina del tempo in cui si sono infilati, e ci confondono anche le idee – se sulla foto fanno il verso agli Who del capolavoro Who’s Next, su disco ripropongono sonorità che rimandano più chiaramente alla golden era dello psych-pop, con un’attenzione maniacale per le atmosfere e per le melodie che riportano a ciò che era in voga alla fine dei Sixties. Un’epoca che per forza di cose è stata studiata solo sui libri di testo, ma che si contamina con sonorità più attuali – ed è questo il vero punto di forza della proposta, qualcosa di profondamente diverso dagli intenti, per esempio, dei Last Shadow Puppets – da rivivere in poco meno di un’ora ascoltando Sun Structures.
Come i Saint Etienne (provenienti dalla stessa scuderia, Heavenly Recordings) che campionarono Dusty Springfield per Nothing Can Stop Us Now e realizzano compilation dedicate ad artisti chiave o di culto con rispetto e competenza enciclopedica, pur creando musica molto più sintonizzata con il gusto attuale, i Temples stuzzicano i fan iscritti alla loro pagina Facebook riproponendo brani oscuri di un passato lontano, dimostrandosi cultori e archivisti certosini fieri di mettere in bella mostra le proprie influenze, ma resistendo alla tentazione di salire in cattedra. Di certo non i primi ad attingere dalla psichedelia – non sono passati invano né i Kula Shaker né i Verve di The Rolling People, i Supergrass o persino gli Oasis di Who Feels Love? -, non contaminano il suono con il krautrock e la new wave come fanno i TOY, e rispetto ai Tame Impala, cui molta stampa si affretta ad accostarli, scrivono canzoni smaccatamente pop, assai più dirette e meno arzigogolate, e non sembrano avere né un pronunciato feticcio per Lennon e George Harrison, né alcuna velleità di rievocare lo spettro di Syd Barrett (in quel caso, è senz’altro più consigliabile citofonare a casa di Morgan Delt). I rimandi di Sun Structures sono una girandola che include i T-Rex di Marc Bolan, i Byrds (in particolare in Shelter Song, ma non solo) o persino quei Genesis dell’ingenuo debutto del 1969 From Genesis To Revelation in cui il diciottenne Peter Gabriel strizzava l’occhio ai Moody Blues per compiacere un preoccupatissimo manager.
Strano a dirsi, ma l’avventura dei Temples è iniziata meno di due anni fa come un progetto casalingo di due ex membri dei Moons (il gruppo di Andy Crofts che ha riportato in auge, a proposito di passatismo, il mod dei Jam con la diretta approvazione e complicità di Paul Weller), James Bagshaw e Thomas Edison Warmsley. Non c’è voluto molto a mettere in piedi una band con una proposta forte e la volontà di curare ogni dettaglio (il produttore dell’album è lo stesso Bagshaw); il debut album è una sequenza di singoli killer, interrotta appena due o tre volte da possibili lati B in ogni caso non certo da cestinare. E quindi via con il mellotron, con chitarre fuzz, riverberi e controcanti in The Golden Throne – lontana cugina, magari involontaria, dei Monkees e degli Zombies chiamati in causa dai Lilys di A Nanny In Manhattan – e in una saltellante Keep In The Dark a metà strada tra Donovan e Spirits In The Sky di Norman Greenbaum, e ancora in una Mesmerise frenetica ed esplosiva, omaggio implicito a Tomorrow Never Knows dei Fab Four.
Colours To Life punta tutto su texture di stampo pinkfloydiano, con un suono spazioso e una melodia che si irrobustisce finché raggiunge il ritornello, mentre lo stomp di A Question Isn’t Answered, a due passi dal blues, è inaugurato ad effetto da un battimani. Nella tripletta finale spicca Sand Dance, con le tastiere che smussano gli spigoli della melodia più nervosa del lotto. C’è da perdersi, in un disco tanto ricco quanto omogeneo; col tempo saremo in grado di capire se certi riferimenti si faranno più sottili e accennati (in più di un caso si gioca a individuare il motivo mascherato) e se l’identità sarà più chiara e nettamente riconoscibile rispetto ad oggi. Al momento è un piacere lasciarsi abbagliare dai raggi del sole dei Temples, che superano la prova del full-length a pieni voti.
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