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6.5

Poco più di dieci anni di carriera e un ventaglio sonoro disposto a mutare sotto la spinta di pulsioni esterne. È la storia fin qui raccontata dai Cribs, terzetto di Wakefield interamente composto dai fratelli Jarman. Dalla wave al post-punk fino alle più recenti sterzate indie-rock, il tutto sempre condito da una venatura lo-fi (oggi più in ombra), gli inglesi si sono messi alle spalle un lungo percorso fatto di successi commerciali, hit e virtuose collaborazioni, Johnny Marr su tutti. Nel 2012, la pubblicazione di In the Belly of the Brazen Bull vedeva l’avvicendamento tra l’ex Smiths (che abbandonava la nave) e Steve Albini, produttore di alcune tracce del disco, tra cui la hit Chi-Town.

Riparte da qui 24-7 Rock Star Shit, disco che arriva a due anni di distanza dall’album immediatamente successivo a quello – For All My Sisters – e registrato in una session di cinque giorni proprio in collaborazione con Albini. Dieci brani nati da materiale scartato dall’album precedente, quello del 2012, che dribblano quasi di netto la succulenza indie-pop precedentemente conquistata, ovvero quella dettata da un lavoro che faceva dell’apertura all’universo mainstream la propria ragion d’essere pur non rinunciando ad alcune peculiarità divenute marchio di fabbrica del terzetto: la succitata spuma lo-fi, generosi riff chitarristici misti a tensioni indie-rock. Tutti elementi che ritroviamo in una forma ben più calibrata in questo nuovo disco, inevitabilmente una sorta di spin-off di quell’In the Belly of the Brazen Bull descritto da Edoardo Bridda come «una delle migliori prove delle band». Un album multiforme, scisso in più tronconi sonori – che connotano anche la scaletta di questo lavoro – fedeli sia ad un certo revivalismo 90s (What Have You Done For Me?) che al filone indie-rock figlio degli anni zero, con Strokes ed Arctic Monkeys a guidare la testuggine; ma anche timidi richiami al grunge made in Nirvana (Rainbow Ridge/ Partisan) e al Corgan di Siamese Dream nell’ispirata traccia acustica Sticks Not Twigs. Retromanie assortite e sguardo che punta costantemente al ventennio scorso, proprio come in coda all’album dove c’è spazio ancora per la cullante ballata dagli echi eighties, Dead at The Whell, a metà strada tra Mogwai e Spirituralized.

È l’ultimo afflato di un disco che, pur potendo contare su un ottimo lavoro in fase di produzione, vive di effimere fiammate e che in più di un’occasione dà la sensazione di girare a vuoto. Una prova senza troppe pretese e che probabilmente, evitata qualche filler-track, avrebbe potuto raccontare un’altra storia. Sarebbe stato più corretto riversare quegli scarti in un EP? Forse sì, ma ugualmente sarebbe stato troppo poco per qualcosa di memorabile da consegnare ai posteri.

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