• Mar
    16
    2018

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Rough Trade

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Dopo il singolo Severed, tutto eighties e synth da sembrare un brano degli Editors, il nono album dei Decemberists si apre con una chitarra acustica e Colin Meloy che canta la “solita” nenia folk-pessimista («for once in my life, could something just go right?»), e sembra di trovarsi alle stesse coordinate del precedente What A Terrible World, What A Beautiful World. Ma è un un’illusione transitoria, che già all’interno del brano si infrange con la tastierona grassa che sostiene il ritornello cantato in duetto con la tastierista Jenny ConleeI’ll Be Your Girl è il disco di una band che giunta a vent’anni di carriera contati male prova a prendere una strada diversa. Ma dovete aspettarvela solo leggermente diversa, questa strada, perché la linea è ancora dettata dal songwriting letterario di Meloy, che non può certo essere messo in discussione da qualche suono elettronico.

Per “farlo strano”, i Decemberists hanno cambiato studio, hanno ingaggiato un produttore, John Congleton (già al lavoro con St. Vincent e Cloud Nothings), apparentemente lontano dalle abituali coordinati artistiche, e lasciato cadere l’abitudine di legare tra di loro canzoni con un filo rosso: qui, come già nel disco precedente, hanno semplicemente passato molto tempo insieme a suonare, lasciando che le canzoni si mettessero – per così dire – da sole l’una accanto all’altra. È una scelta che hanno fatto molte band dopo una lunga convivenza, come per esempio i R.E.M. di Monster. E va riconosciuto ai Decemberists come un merito, perché un disco à la Decemberists, cioè che aggiunga qualche nuovo bel brano al canzoniere ma non sposti la cifra stilistica, Meloy lo può scrivere quando e come vuole.

A deludere oggi è che questo abito con più elettronica, soluzioni narrative più articolate (si veda soprattutto la lunga suite Rusalka, Rusalka/The Wild Rushes) e la briglia sciolta suoni come una scusa per brani non rifiniti e idee poco chiare. Un brano come Your Ghost, per esempio, è di una semplicità disarmate, tanto da sembrare solamente abbozzato; lo stesso si può dire di Starwatcher, una traccia che si segnala soprattutto per la piattezza. Anche Everything Is Awful ha il tono più da cinquantenne in ritorno ormonale da un’adolescenza mai sorpassata, piuttosto che – come si dichiara nelle note stampa – di una delle canzoni calate nell’attualità che compongono I’ll Be Your Girl. A confermare questa impressione è il congedo affidato alla title track: una filastrocca folk come le tante che fino a qui la band ha inciso.

In altri casi, come per esempio in We All Die Young, con un finale reso semplicemente kitsch, si ha l’impressione che l’uso dell’elettronica abbia peggiorato il risultato di un brano già non memorabile. Non che manchi una manciata di buoni brani (la folksy Cutting Stone, la ballad Tripping Alone e l’omaggio da rock Seventies di Sucker’s Prayer), seppure senza arrivare agli apici del passato, ma il gusto che alla fine il disco ci lascia in bocca è confuso, come se a una ricetta tradizionale si fosse provato a dare un tocco nuovo senza che questo aggiunga niente. Alla fine ci viene voglia di tornare all’originale che, per quanto frusto, è almeno completamente bilanciato nei sapori.

16 Marzo 2018
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