Recensioni

Con Looping State of Mind, terzo album del produttore svedese residente a Berlino Axel Wilner, la formula The Field aveva raggiunto un perfetto punto di sintesi tra riconoscibilità e concisione, cementando così un marchio che ha fatto scuola ed ha, direttamente o indirettamente, influenzato un ampia schiera di produttori, non ultimi Caribou a Jon Hopkins. In quell’album shoegaze, minimal e minimalismo colto, dream e dance avevano raggiunto un’invidiabile quadratura ma anche un alto grado di spendibilità live, un aspetto quest’ultimo che, ricordiamolo, aveva dato il la all’intero progetto fin dalla sua prima comparsa, nel 2007, con l’esordio Here We Go Sublime.
Naturale che il producer, trovandosi di nuovo in studio per dar un seguito a quella prova, dopo la parentesi krauta con il moniker Loops of Your Heart in And Never Ending Nights, si sia trovato in una condizione d’iniziale empasse e dark feeling. Empasse rotta soltanto dopo aver trovato la via nelle note di No. No… che altro non è se non un tuffo nei territori della memoria sui quali il Nostro si era concentrato nel precedente lavoro. Interesse che, tornando all’attività dell’utlimo triennio, lo ha portato anche a remissare Luneburg Heath di Harmonia & Eno ’76 (Tracks And Traces Remixed) e a far parte dei Cologne Tape. Il nuovo album non prosegue per direzioni motorik e in generale tedesche nel senso più ovvio, ma senz’altro ne fa propria la polpa più intima, quella romantica germanicità che è poi il cuore pulsante di un intero spettro di producer germanici di ieri ma anche di oggi, da Moderat a Kalkbrenner.
Cupid’s Head, quindi, come seguito di un terzo compiutissimo e osannato lavoro, pensato (pare) con meno strumentazione al seguito ma, di fatto, il primo prodotto esclusivamente grazie all’utilizzo di vario hardware. Nessun latop impiegato dunque, e questo perché la naturalezza del suonato, il surfing tra e sui loop, deve risultare il più organico possibile. Vien fuori che 20 Seconds Of Affections è un mezzo capolavoro. La traccia conclusiva dell’album è una nuvola di vapori folk-pop che sembrano diluire le produzioni del Brian Eno conto terzi degli 80s e 90s (ci sentiamo persino Joshua Tree) in un polveroso loop wave-shoegaze-tronico che cresce come la panna montata. E’ il momento estatico infinito lavorato in grana fina, umoralità quasi impercettibili, ruvidità del groove impolverate ad hoc. La chiosa di un lavoro che regala ai posteri un disco non agli stessi livelli, ma che segue gli standard (già alti) dell’episodio precedente: They won’t See Mee è il ritorno a certe tribalità techno come base per esplorazioni synth 70s in taglio rock, pura ermeneutica dancefloor; Black Sea pastura, sul finale, una felpata techno in punta acid su un perno d’elittica electro; l’omonima Cupid’s Head ci va di chopped vocal elegiache/pop in raffinata mestieranza Machinedrum (avercene!); No.No… raddoppia con signorilità wavey à la Underworld. Ascolti e riascolti l’album e ti perdi nuovamente in questi loop, carichi di suggestione e Storia.
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