• Lug
    19
    2019

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Bella Union

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Quante volte è arrivato il momento di metterla in prospettiva, la carriera dei benemeriti (beneamati) Flaming Lips? Di affrontarne i labirintici (caleidoscopici?) sviluppi, dal noise patafisico alle vampe pop lunari passando per un lo-fi garrulo e spigoloso, certe performance che non sai dove finisce l’avanguardia e inizia il grottesco, fino ai concept sovraesposti e le riarticolazioni allucinate di intrugli cosmic-psych? E di giudicarla ormai compromessa, questa benedetta carriera, stante l’esaurirsi della vena (i nostri eroi si aggirano pericolosamente attorno alla soglia dei sessanta) o – soprattutto – la voluta compromissione con fenomenologie pop (sì, qui entra in ballo Miley Cyrus: spendo subito il suo nome, così non ci penso più) che collocavano la proposta giusto quel pizzico oltre la linea di confine tra art e fart, cosa che magari ai Nostri stava pure bene (certo che sì). 

Mi è capitato spesso di pensarci, proporzionalmente a quanto li ho amati (e li amo). Mi sono convinto che in fondo potremmo considerare la loro parabola un riflesso di quella discendente tracciata dal rock come forma espressiva di rottura: l’esondare della creatività su altri versanti – il concerto come happening, il design spinto di gadget e supporti, i dischi come installazioni o tributi, i video sperimentali… – sembra(va) un modo per collocare la band di Oklahoma City nella dimensione più ampia (generica?) dei collettivi artistici, tra i cui campi di interesse e azione – ok – c’è il rock. E per i quali uno degli obiettivi principali è confezionare la sensazione più efficace possibile per trasmettere un granulo di sconcerto che possa germogliare in inquietudine e casomai riflessione. C’è insomma che da un po’ di tempo a questa parte se guardi ai Lips da un punto di vista rock, ne cogli solo uno scorcio, e neppure – inevitabilmente – troppo soddisfacente. Anche se, stanchezza della vena o meno, con The Terror hanno dimostrato di essere ancora in grado di mettersi al servizio di una visione prevalentemente musicale, sfornando un disco intriso di apprensione amniotica perfettamente in sintonia (correva l’anno 2013) con lo spirito del tempo.

Oggi, consegnata agli annali l’escursione ipervisionaria di Oczy Mlody, tornano con un King’s Mouth: Music and Songs che è a tutti gli effetti un disco malgrado nasca come la propaggine sonora di un progetto multimediale, imperniato cioè su un’installazione e su un libro di Coyne. Alla base di tutto c’è una specie di fiaba allegorica dal sentore vagamente Jonathan Swift nella quale un re decide di immolarsi alla causa della propria città/regno, opponendo il proprio corpo gigantesco alla furia distruttrice di una valanga. I cittadini rimangono così impressionati dal suo gesto che decidono di fare della testa del re un monumento/reliquia, conservandola con una colata di acciaio: questo gesto si rivela più potente della vita stessa, la presenza del re è alimentata da memoria e adorazione al punto da apparire vivo come non mai. Questo a grandi linee il plot.

Che, nelle dodici tracce del disco, viene affidato alla narrazione di – nientemeno – Mick Jones, scelta – puramente lipsiana – che conferma il gusto situazionista di “delocalizzare” i protagonisti della cultura pop dai loro ambiti consueti (già , un po’ come avviene con la Cyrus: tu chiamalo, se vuoi, détournement). L’ex-Clash si rivela adattissimo, anche per quel sapore british che spedisce la dimessa tragicità della vicenda in un territorio prossimo a certe visioni vertiginose Pretty Things (e al loro capolavoro S.F. Sorrow). Musicalmente, siamo dalle parti del pop ipercromatico e abbacinato di Yoshimi, anche se rispetto a quello si avverte chiara una vena dolente che immalinconisce ogni slancio.

La sensazione è che mentre i cari vecchi Flaming ti raccontano la favoletta ricorrendo ai molti colori della loro audace tavolozza, vogliano allo stesso tempo trasmetterti il senso di angoscia appostato dietro l’angolo, in un piano di lettura diverso, dove ad esempio è d’uopo riflettere sul tema della morte e della persistenza della memoria reificata, oppure – altro livello, ma non troppo – sul feticismo come coagulo inevitabile di ogni forma di azione e comunicazione, da cui la reliquia che diventa più reale del re stesso. Se vi fa pensare a un segnale di allarme, beh, credo proprio che lo sia.

Questo piano inclinato sul quale l’ascoltatore rischia di perdere l’equilibrio coincide con l’elemento di maggiore interesse di un disco che, al di là del sapiente utilizzo di espedienti lipsiani opportunamente aggiornati, non offrirebbe altri motivi per esaltarsi, dal momento che la scrittura sembra incapace di andare oltre alcune buone intuizioni (in certi casi tendenti al compitino), piuttosto lontane dalle vette struggenti di una Feeling Yourself Disintegrate, di una A Spoonful Weighs A Ton o di una Do You Realize?, tanto per citare pezzi che si muovevano in ambiti estetici simili. Vedi il caso di Mouth Of The King, coi suoi svolazzi cinematici e le chitarre frugali a scortare il canto da elfo anfetaminico di Coyne, o l’estatica e sghemba The Sparrow, i cui arrangiamenti sembrano copiati dall’album da colorare di un androide disadattato, o la grandiosità doverosa della conclusiva How Can A Head, col canto che zampilla tra grufolii pastello di tastiere fino a vaporizzarsi su ipotetici titoli di coda in overdose cromatica.

Tocca quindi adoperare l’abusata formula del “tutto che vale più della somma delle parti”, costituendo la dozzina di tracce una rock opera abbastanza bizzarra (poteva essere altrimenti?) eppure intensa, piuttosto sciroccata ma in fondo coesa. Lo sostengo anche se credo si possa eccome rimanere intrigati da alcuni episodi, tipo lo spasmo kraut infeltrito black di Electric Fire (capace poi di sublimarsi Terry Riley), il bolero sintetico di Mother Universe – infestato da apparizioni siderali e impegnato in un contrasto continuo tra elementi “luminosi” (archi, cori) e cupi (le ritmiche sintetiche) – o la fregola funky di stampo Can – però digerita e sedata – di Feedaloodum Beetle Dot. Confesso inoltre di avere sviluppato una certa predilezione per la marcetta di All For The Life Of The City, coi suoi cori sintetici abbacinati, l’orchestra fiabesca e un assolo puntiglioso impegnati a scozzare gravità e distacco come dei Beach Boys appena usciti dal letargo criogenico.

Stiamo parlando insomma dei Flaming Lips, suvvia, per i quali la dimensione del mestiere prevede comunque scossoni alieni rispetto agli approdi standard delle rock band “mature”. Se obbediamo alla voglia di prospettiva cui abbiamo accennato all’inizio, e allarghiamo magari l’obiettivo, possiamo affermare che un disco così – il loro quindicesimo – in questi tempi disgraziati è degno di nota proprio per come sembra ancora in grado di alzare la bandierina dell’anomalia, per la determinazione con cui – pur facendosi carico delle fenomenologie collaterali e correlate al (pop-)rock – è intenzionato a collocare il cuore del messaggio in una dimensione prevalentemente (pop-)rock, anche se coi sensi e i neuroni sparigliati dal contatto con un monolite kubrickiano che del rock ha annichilito la portata storica. 

Ogni giullare ha un lutto nel fondo degli occhi e una farsa per ogni gravità da dissimulare. I Flaming Lips non fanno eccezione.

18 Luglio 2019
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