Recensioni

7.1

C’è stato un periodo, nello scorso decennio, in cui essere tedeschi non contribuiva certo ad attirarsi simpatie. Fu negli anni della crisi dei debiti sovrani, delle regole fiscali imposte da Bruxelles, con la Germania padrona d’Europa e Frau Merkel a guidare il fronte del rigore spalleggiata dall’odiato Wolfgang Schäuble, Ministero delle Finanze del suo governo che, probabilmente, contava più di tutta la Commissione UE messa insieme.

Nel mezzo di quel mare in tempesta, i bavaresi Notwist con Close To The Glass gridarono forte al mondo la loro teutonicità (si dice? Boh), spegnendo, almeno in parte e nella cerchia degli appassionati, quel sentimento anti-tedesco che bene o male cova sempre sotto la cenere e ciclicamente torna ad attizzarsi. Per fortuna, in musica non valgono le regole dell’economia e allo Stato germanico – non lo scopriamo certo noi – dobbiamo solo dire grazie per l’immensa musica che ci ha regalato nel corso dei decenni.

I Notwist sono un frutto di tanta grazia e il fatto che, a sette anni dalla summenzionata ultima prova in studio e a sei dalla successiva Messier Object che però era – appunto – una sperimentale raccolta di Oggetti Incasinati, siano tornati in un altro periodo di forti tensioni dovute stavolta a ben altra tempesta, è un ulteriore tassello a favore della loro provvidenzialità. Non che nel frattempo se ne siano stati con le mani in mano, i membri della band, tra progetti paralleli (Spirit Fest, Hochzeitskapelle, Alien Ensemble, Joasinho), apparizioni come ospiti per l’etichetta discografica Alien Transistor, la pubblicazione di un live album, la realizzazione della compilation indie-pop giapponese Minna Miteru e l’organizzazione del festival Alien Disco.

Ora però c’è il ritorno tout court con una vera e propria raccolta di inediti. Vertigo Days ha buon gioco nell’imporsi – alle orecchie di chi scrive – come il miglior disco di questo primo scorcio di anno, e ci mancherebbe. Ma non è questo il punto. I Notwist suonano sempre nuovi e freschi anche se sono in circolazione da trent’anni. Sono uno stato della mente, una categoria del pensiero. Fondamentalmente perché c’è sempre tanta anima, soul, nella loro irresistibile e costantemente all’avanguardia mistura di kraut e indie-pop dagli influssi danzerecci squarciati ora da improvvise aperture melodiche, ora da violenti fendenti noise, ora da ipnotiche spirali ritmiche, ora da meditazioni jazz-oriented. E se la loro indietronica a suo tempo fece anche proseliti illustri (chi ha detto Radiohead?) un motivo ci sarà. Ma tutto ciò, nulla sarebbe senza le canzoni. E da eccellente piglio compositivo è ispessito anche questo nono capitolo, corroborato per giunta dal carattere cinematico tipico della formazione, che ha una passione per le soundtrack, grazie anche all’ottimo artwork fotografico realizzato da Leiko Shiga.

C’è tutto il campionario notwistiano in quest’opera che alterna momenti di pura utopia ad altri di prosaica aderenza alla realtà, che ha tratti sognanti ma anche carattere terreno. E se da un lato sembra concepita, a differenza della precedente, come un unico flusso in cui le tracce sono spesso l’una il prosieguo dell’altra, dall’altro non mancano saggi di eccellente abilità nel rifarsi a forme più canoniche. E il fatto che il fin troppo abusato aggettivo “seminale” nel caso dei Notwist non sia affatto peregrino, non significa che la band non si sia aperta all’esterno, anzi. Come d’abitudine si è concessa anche qui i suoi bei giri “panoramici”, dal dissonante e tribale elettro-jazz dell’opening Al Norte, il cui loop ricorda O Superman (for Massenet) di Laurie Anderson, il brano che in Italia fu scelto per la famosa pubblicità progresso anti AIDS, a quella straniante ninna-nanna di Into Love/Stars, che sul finire si desta in un tripudio groovy cacofonico che omaggia certe catene di comando gestite dai conterranei Einstürzende Neubauten sulle quali si erge addirittura un assolo vocale in chiave blues; da Exit Strategy To Myself, che svicola su cadenze in stile dEUS a Where You Find Me, che stana addirittura i National; fino a Ship, ipnotica nenia lisergico/sciamanica che veleggia sugli stessi mari solcati dai Goat, e Into The Ice Age, che in un mood da noir losangelino scongela i Cure sotto il getto d’aria infuocata dei Jane’s Addiction. Non mancano però episodi più mitigati in chiave pop come la struggente Loose Ends o la solare – a dispetto del titolo – Sans Soleil.

Nella musica popolare non si inventa più niente, forse, ma saper miscelare quanto c’è in dispensa è sempre stata una qualità della cucina di casa Acher. Una cucina che piace, e infatti gli ospiti se ne vanno sempre contenti. A questo giro, i due fratelli di Weilheim padroni dei fornelli hanno avuto a cena Saya (del pop duo giapponese Tenniscoats, ma anche membro della band di ottoni Zayaendo), Ben LaMar Gay (polistrumentista americano che canta nel singolo Oh Sweet Fire e che ha contribuito anche alle parole), Angel Bat Dawid (clarinettista e compositrice jazz anche lei americana) e Juana Molina (cantautrice argentina).

Si faranno pure vivi di rado, i Notwist, ma ogni volta lasciano il segno e ci regalano un album che si fa bastare per tutto il decennio. Certo, le vette di Neon Golden sono oggettivamente irripetibili, ma in Giorni da Vertigine arrampicarsi troppo in alto forse è addirittura sconsigliato.

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