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7.6

Sette anni fa, in un locale minuscolo e buio dall’aria viziata di birre e storie scritte sui muri del bagno, ho visto Finn Andrews per la prima volta nella mia vita. Una figura esile, arrotolata su se stessa, in preda a un’ondivaga e straniante rotazione del corpo; il grande cappello nero che nascondeva una metà di quel volto preraffaellita e un desiderio non troppo celato di regalare a quel pubblico accaldato uno splendido concerto. Era l’anno di The Letter, delle ballate dolceamare di stampo brit; e se Lavinia aveva già fatto storia, la band di Andrews andava cercando una conferma, una posizione solida nell’olimpo delle indie band d’oltremanica.

Di quel ragazzo dallo sguardo romantico, teso verso l’assoluto e l’insoddisfazione, oggi sembra non rimanere molto, a parte il grande cappello nero indossato come un’aureola: a tre anni di distanza dall’ultimo lavoro, Finn Andrews e i suoi Veils tornano con un album – il primo per Nettwerk Records – carnale e nerissimo, dalla rara bellezza evocativa. Andrews è finalmente cresciuto e lo ha fatto in maniera intelligente, lasciandosi andare a qualche album sbagliato, cambi di line-up e oggi, trentadue anni e la solita bocca rossa purpurea, è l’uomo nuovo della musica noir, tanto da aver fatto innamorare un mostro sacro come David Lynch, che oltre a volerlo nelle nuove puntate di Twin Peaks, si è prodigato collaborando a questo Total Depravity: nomen omen, per l’uomo della deformazione onirica e della sintesi audiovisiva. Il nuovo lavoro dei Veils si basa essenzialmente su due poli opposti, due tonalità contrastanti: un suono cupo, cattivo, dissonante rispetto alla produzione precedente di Andrews, arroccato su vocalità morbose e scartavetrate, e un altro più dolce, chiaro, magnetico con grazia. Una scacchiera che alterna le due intelligenze musicali senza mai fonderle, ma arrivando a una conclusione matura e soddisfacente, a un perfetto equilibrio delle parti.

La partenza strisciante e allucinata con l’electro-dark di Axolotl, composta insieme a El-P dei Run The Jewels, introduce il lato diabolico di Andrews, che con una voce da predicatore impossessato ed effluvi di synth distopici, ci regala la minaccia sonora più bella degli ultimi dieci anni. Le percussioni rantolano, mentre assoli funerei di trombe e chitarre si fanno pomposi e febbrili, abbracciati alle voci, cantati direttamente nella tastiera di un laptop. E questo senso di ossequiosa condanna che quasi toglie il fiato, raggiunge il culmine nelle grida lynchiane, «who needs the devil when you’ve got the lord?». Andrews, che negli anni ha scoperto tutti i colori e le trame della propria voce, arriva oggi a giocare spudoratamente con le sfumature sepolcrali di un cantato in continua crescita: ora depresso e baritonale, ora nevrotico e vibrante, altrove urlato, contorto e minaccioso. Si calmano i toni grazie alla cavalcata pop noir un po’ Lydia Lunch e un po’ Morricone immerso nei twang di A Bit on the Side, o con lo psych blues di Low lays the Devil, gotico bignami sul Maligno tremendamente orecchiabile e seduttivo, ma il colpo in canna è pronto per un’altra esperienza oscura con l’eresia ipnotica dello spoken word allucinato di King of Chrome – qui Andrews si fa predicatore invasato sulla falsariga del Jim Morrison di American Prayer – o al voodoo blues di Here Come the Dead, dalla natura elettro noir apertamente devota al mondo Suicide. Menzione a parte meritano il nu-soul ammaliante di Swimming with the Crocodiles e la ballad lunare, piena di languidi archi e vibranti pugnalate, di Iodine & Iron, che sembra uscita dal mondo dei Tindersticks.

Inebria e sconvolge Total Depravity, in quanto nuovo, inatteso, elegante e perverso nel suo essere un disco spaventoso. C’è un potere seduttivo fortissimo nei testi di Andrews e nella mefitica cupezza del suo cantato, quasi un’enfasi apocalittica. Sperduto, ma forse mai come ora a suo agio in territori sonori drammatici e lisergici, Andrews porta a casa la vittoria, imponendosi come nuovo maudit chansonnier, un po’ iguana, un po’ pastore. E come una vestale irrequieta a metà fra Byrne e un John Lydon immerso nel dub elettronico, regala nevrastenie e sapori luciferini, tenuti in vita dalla tensione dell’ignoto, del torbido. Finn Andrews sfigura il suono che lo ha reso famoso (come Nicola Samorì fa con l’artwork), lo decompone, sacralizzandolo in una densa preghiera laica di rara e lasciva bellezza. Total Depravity svetta come il miglior disco dei Veils, il più compiuto, quello orchestrato meglio: un dannato lavoro di arte e provocazione, un noir vagabondo e convulso che sembra invitarci ad abbracciare l’oscurità, lasciando che i veli del mistero cadano a terra, dissolvendosi in un primigenio stupore.

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