Recensioni

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Sulle ambizioni di Jack Barnett si è già detto molto, forse tutto, da quando nel 2008 i suoi These New Puritans esordivano con Beat Pyramid. Se ne è parlato per le dichiarate intenzioni di costruire un suono complesso, multisfaccettato, che attingesse tanto all’ambito pastorale così importante per il pop-rock anglosassone, quanto all’ambito della classica (e anche qui, il suono inglese della classica del Novecento è intriso di pastoralità, certo declinata in maniera diversa da quanto fatto da Radiohead e Robert Wyatt). Una tensione verso un marchio sonoro che comprendesse un carattere di certo non diretto, umbratile e variegato, che macinasse molte influenze musicali, antiche e moderne, nuove e vecchie, sempre però con l’impressione un po’ snob, un po’ intellettuale, che andasse bene tutto meno che ciò che è diretto come una struttura pop-rock strofa-bridge-ritornello. L’esplorazione è proseguita con le opere numero due, Hidden, e tre, Field of Reeds, che nonostante conservassero tutta l’ambizione dell’esordio, non sono state in grado di chiudere il cerchio e muovere un passo davvero concreto verso la realizzazione di ciò che appare chiaro nella teoria di Jack Barnett.

L’occasione migliore per misurare queste ambizioni è, o dovrebbe essere, questo E-X-P-A-N-D-E-D, una serie di concerti in cui al nucleo originale è affiancata sul palco un’orchestra di 35 elementi, un coro di 8 voci (4 maschili e 4 femminili), ovveero il Synergy Vocals, oltre a una vocalist (Elisa Rodrigues). Quella data alle stampe è la registrazione della serata del Barbican della scorsa primavera, dove la band ha eseguito per intero (e nello stesso ordine del disco) i brani dell’ultimo Field of Reeds, più alcuni estratti dai dischi precedenti. C’era cioè l’occasione di espandere verso qualsivoglia direzione (visto anche il budget a disposizione della “band indie con il budget del mainstream”) il materiale già sedimentato e dargli qualsivoglia forma. Magari anche quella che collima con le ambizioni di Barnett e soci. Ma non è successo. Il programma non si discosta, nella struttura e nella forma, da quello che già si è sentito su disco: siamo di fronte a un discorso musicale detto bene, ma che dice poco, per parafrasare Caliri in sede di recensione.

A cominciare dalle melodie, che non colpiscono, che non hanno una qualità tale da essere scavate, analizzate, stirate, compresse, manipolate, con tutte le sfumature timbriche e modali possibili, con tutto l’arsenale a disposizione. Non si vorrà fare pop, ma non è che le melodie o, meglio, le linee melodiche (anche a brandelli) contino di meno nella contemporanea, sia essa seriale, atonale, neoclassica o qualsivoglia sotto genere postmoderno. E già questo limite, per chi scrive, era evidente in un missaggio di Field of Reeds che annegava la voce fin quasi a farla scomparire, quasi un’ammissione di resa delle linee vocali nei confronti del tutto, dove però l’impressione che se ne ricavava in sede di album era di un leggero fastidio. Questo è ancor più vero per i brani che già sembravano noiosi in prima battuta: l’aggiunta dell’orchestra non li ha resi più scintillanti.

Usare tanta strumentazione, mescolando digitale e analogico, non significa raddoppiare le linee melodiche sfruttando l’unisono. Non è obbligatorio passare al confronto con le variazioni sulle melodie di bachiana memoria, ma in molti brani (non staremo nemmeno a elencarli, perché sarebbero tutti quelli in cui canta Barnett) lo strumento principale (sia esso il pianoforte o il vibrafono) esegue la stessa successione di note che eseguono sia Barnett che Elisa Robrigues. In alcuni casi questo si verifica anche per gli archi e i fiati. Ora, tecniche compositive che fanno ricorso massiccio all’unisono sono la forza di molte composizioni di Arvo Part, per esempio, ma nella serata del Barbican registrata e qui riproposta sanno di soluzione cheap, come dicono gli anglosassoni. L’effetto è ancor più controproducente sul piano delle ambizioni dei These New Puritans, perché l’unisono ha quell’effetto sul piano emotivo, della pancia, che è proprio tipico del rock che qui si vorrebbe evitare.

Questa tecnica arrangiativa, inoltre, ha lo svantaggio di esporre il più grosso limite tecnico della band: le capacità vocali di Barnett, che messe a confronto con una cantate vera, lo fanno sembrare un debuttante allo sbaraglio. Il suo mormorio a denti stretti, se può funzionare come strumento espressivo in campo rock, in uno scenario amplificato dalla versione expanded del sound These New Puritans mortifica in maniera impietosa il cantato del leader.

Le cose vanno paradossalmente meglio per We Want War e Three Thousands, dove si recupera un lato più percussivo e movimentato (più rock?) all’interno di una serata che altrimenti sarebbe risultata monocorde. In sostanza, questo live expanded è una documentazione che farà felice i fan, mentre agli altri sembrerà finalmente che non si tratti dell’ennesimo capitolo di un monologo che – ci viene detto – non capiamo per nostri limiti: ora è manifesto che non c’è niente da capire.

 

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