Recensioni

Concepito con la divertente formula delle location alternate, UNALTROFESTIVAL si è svolto a Milano e Bologna, adunando una schiera di band italiane e internazionali di un certo spessore. La location bolognese, il Fiera District, si è rivelato un luogo di tutto rispetto per chi ama le ambientazioni metropolitane, in cui il cemento, oltre a fare da cornice, aiuta a non rimanere impantanati in caso di pioggia. Già, perché il Day 1 è stato caratterizzato, almeno in apertura, da un tempo incerto e inusuale per la metà di luglio, che forse ha contribuito a scoraggiare i meno temerari nell’affrontare un’uscita di lunedì sera. Ciononostante, la pioggia e i conseguenti arcobaleni, hanno creato il frame ideale della prima giornata di festival, in cui le sonorità Sixties dei Temples, gli echi dark wave degli Horrors e la potenza chitarristica dei Dandy Warhols l’hanno fatta da padroni.

Buttato un occhio troppo distratto e frettoloso per creare un giudizio rotondo ai Telegram, il quartetto inglese ci è sembrato un po’ più inquadrato su disco (per ora circolano solo brani sparsi, fra cui Follow), perché in quella sede si fa più definita la componente psych, che dal vivo deve cedere a quella un po’ disordinata e assordante del post-kraut. Ad ogni modo, i quattro portano bene il loro charme “hipsteroso”, condito da tutti i crismi, compresi strani cappelli e lunghi baffi. Sicuramente da inserire nei Ones To Watch del prossimo futuro.

Appena mezzora dopo è il turno dei Temples, già assaporati nel piovoso Day 0 del Primavera Sound di quest’anno. L’avevamo detto anche allora e ci ripetiamo, il loro sound psichedelico e informe, che a tratti ricorda gli Who e gli Oasis migliori, è una delle cose più preziose di quest’anno. E dal vivo non sono da meno, malgrado il frontman James Edward Bagshaw abbia avuto non pochi problemi tecnici con i ritorni sul palco. I brani dell’esordio Sun Structures sono snocciolati con cura, portando alto lo scudo della filologia psych-pop di matrice Sixties. Lustrini sul viso, capelli arruffati e validi gorgoglii di chitarre sono il contorno ideale di una delle esibizioni migliori della due giorni.

Neanche il tempo di una piadina heavy metal, che il palco è già pronto per gli Horrors. Archiviata come preistorica l’esperienza di Strange House (come prevedibile, nessun brano in scaletta), la band continua sulla scia delle nuove frontiere del pop britannico, di cui gli stessi Temples e Telegram (oltre che, ad esempio, i TOY) sono i nuovi esponenti. Badwan e compagni sono accompagnati per tutto il concerto da una nube di  fumo intensa, che si tinge di viola e di colori scuri quando viene colpita dai riflettori. Appaiono molto impostati, quasi bloccati dallo stesso sound rotondo che hanno voluto creare fin dei tempi di Skying. Musicalmente, se possibile, troppo perfetti da parere artificiosi, il loro è comunque un live di tutto rispetto, e in setlist figurano, come prevedibile, molti brani tratti dal recente Luminous e un buona rappresentativa dai precedenti Primary Colours e Skying. Se dovessimo, indicheremmo Mirror’s Image e Still Life come i brani più riusciti, se non altro, perché hanno rotto per poco il muro con il pubblico.

Sul live dei Dandy Warhols, che chiude la prima giornata, tutte le band che si sono precedentemente esibite sono tra il pubblico a divertirsi, cantare i brani più famosi, far conoscenza fra di loro e con i fan. È un buon modo per passare l’oretta di chitarre imponenti e la panoramica a 360° sulla lunghissima discografia della band dell’Oregon. Glissando sul discutibile outfit di Courtney Taylor-Taylor (treccine alla Pocahontas…) e sulla voce scavata che comincia a ricordare il peso degli anni, lo show dei Dandy Warhols è massiccio, rotondo, capace di coinvolgere il pubblico forse più di altri nella giornata. Inutile dire che, malgrado la buona percentuale di brani tratti dall’ultimo This Machine e da Thirteen Tales From Urban To Bohemia, i momenti topici sono stati We Used To Be Friends e Bohemian Like You, eseguite belle dritte, senza troppi fronzoli o riti celebrativi.

Il sole splende sul secondo giorno e il pubblico intimorito torna a godersi la musica di qualità. Anche di martedì sera. Soprattutto perché qua c’è l’eccellenza della musica italiana da esportazione da supportare. Gli M+A, che recentemente hanno timbrato il cartellino a Glastonbury, sono diventati un gruppo maturo e completo, con le giuste dinamiche sui pezzi, i giusti ritmi e la musica giusta per il tempo che viviamo. Da duo sono passati a trio, facendo rientrare in line up un utilissimo e bravissimo percussionista e These Days si ritrova in forma smagliante anche sul palco. C’è tempo per crescere, creando magari più empatia con l’uditorio e arricchendo il suono di qualche altro strumento acustico. Poco dopo gli His Clancyness di sua maestà Jonathan Clancy ripropongono il solito validissimo (e rodatissimo) live, saccheggiando dall’ultimo Vicious e dal bel Always Mist e facendo risuonare nel Fiera District tutto il suo sapore psych e kraut in salsa cantautorale.

In quest’ottica, il live che segue segna una linea allo stesso tempo avanguardista e di continuità. Non è un caso che è proprio all’operato di Noah Lennox (e dei suoi Animal Collective) che si rifanno molte sonorità odierne. Con il progetto Panda Bear, fatto di M3, Sampler e tutti i crismi dell’elettronica, Lennox si dimostra un sublime tessitore di impianti sonori. Non abbandonando quasi mai completamente la forma canzone, il suo live, tra molti brani dell’ultimo Tomboy e del bellissimo Person Pitch, è condito da un visual onirico: strane figure coloratissime si affollano sullo schermo gigante alle spalle di un Lennox intento nelle sue diavolerie elettroniche.

Chiudono la manifestazione gli headliner più attesi del festival. Dagli USA con furore, ecco gli MGMT, che ci ricordavamo come duo ma che oggi sono sei aitanti (e incredibili) musicisti vestiti con mantelle western e alfieri di una psichedelia edulcorata e divertente. Alla faccia della promozione, gli MGMT riservano al loro ultimo omonimo album solo tre slot (Alien Days, Cool Song No. 2, Introspection) in scaletta; dobbiamo dire “peccato”, perché sarebbe stato interessante vagliare dal vivo un album che ha intrigato ma non convinto appieno. Contro ogni previsione, a fronte dei quattro estratti da Congratulations, è Oracular Spectacular, l’album della ribalta a vantare il primato di preferenze. Weekend Wars, Time To Pretend, The Youth, Of Moons, Birds & Monster, Electric Feel, Kids sono ricontestualizzate nel nuovo sound più “suonato” e tendente all’onirico della band. Fra i momenti migliori, eleggiamo la coda lunghissima di Kids, in un turbinio di dance, funky e psichedelia e, soprattutto, la scelta di inserire due cover in scaletta. Una Introspection dei Fain Jade, già nella tracklist di MGMT, è stata eseguita con un Andrew Vanwyngarden a giocherellare con una microcamera che proiettava tutte le sue mosse sul maxischermo alle spalle. L’altra, Don’t Bring Harry, presa in prestito dagli Stranglers, è risultata una piacevole sorpresa. Tranne alcuni brani la cui melodia senza freni è sembrata alle volte indigesta, il live degli MGMT è valso da solo a dar significato a questa manifestazione.

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