Recensioni

E’ stato un festival strano, il Nos Primavera Sound 2014. Quasi a voler smentire l’anno passato. Tutto è al suo posto (la magnificenza del Parque de la Ciudade, la città sempre più accogliente nella sua decadenza, un’organizzazione che in Italia ci sogniamo), cambiano i protagonisti. E se gli headliner non sono di assoluta prima grandezza come lo scorso anno (Kendrick Lamar, Mogwai) ma di sicura affidabilità (The National e Caetano Veloso), o enigmi collaudati (Neutral Milk Hotel, Pixies), è il resto, per una volta, a sorprendere. Tra gioventù soniche (Ty Segall e Cloud Nothings), future superstar (Haim e Darkside) e mille conferme (su tutti, Slowdive e St. Vincent, imprescindibili) si assiste ad una tre giorni dai ruoli rovesciati, dall’intensità costante, dalle sorprese e dalle abdicazioni. Non c’è un attimo di pace (manco fossimo a Barcellona) nonostante tutte le comodità che il luogo concede (come le precedenti edizioni, la vicinanza dei due palchi principali, i quattro stage totali, gli oltre sessanta live). Andiamo per punti, per categorie inusuali.

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Classici Moderni

Darkside e The National. Eccoli i vincitori morali del Nos Primavera Sound. Partiamo dagli americani, sempre più a loro agio come headliner. E’ tutto un incrociare le chitarre (i sempre più disinibiti fratelli Dessner), le bottiglie di vino in mille pezzi. Berninger ammaliato dal calore del pubblico e ammaliatore dello stesso. I visual come al solito orribili. L’eleganza e la maestria, l’insieme mai così coeso, collaudatissimo. L’incoscienza, quando serve. A beneficiare di tutto ciò, la scaletta, già memorabile di suo. Ci sono tutti i grandi classici (sì, ormai si parla di classicità), da Slow Show ad Abel (furiosa), passando per England (sontuosa, nonostante lo stramazzare di Berninger sul finale) e Terrible Love con annessa passeggiata fra il pubblico (e conseguenti scene di delirio beatlesiano). Da segnalare, come se non bastasse, l’ospitata di Annie Erin Clark in Sorrow, il duetto del festival. Definitivi. Ai Darkside viene invece riservato il tendone del Pitchfork Stage, da sempre culla di deliziose perle. E Nicolas Jaar e Dave Harrington non deludono, non si nascondono. Un cerchio di luce li divide, li unisce, illumina i presenti. Tutto viene stravolto, mescolato. Freak, Go Home la fa da padrone, racchiude altri pezzi, è attesa e devozione, è battito convinto, apertura. Heart viene squarciata, ruvida e immalinconita dalla voce. Le danze si sprecano. Un live millimetrico e spontaneo, figlio degli umori, del ritmo, mai banale. A tratti furioso, mai confuso. Un concentrato di ciò che dovrebbe essere la musica elettronica dal vivo. Sudore e rigore. Muscolatura modellabile.

Camere Separate

Le Haim ad esempio. Piglio da headliner, capelli al vento, tutte mossette. Ma la sostanza c’è e si sente. Come se i Fleetwood Mac avessero a che fare con il canzoniere di Grease, a dir poco. E’ tutta una girandola di assoli, incitamenti verso il pubblico (che già le ama) e deliziose canzoncine che, visti i tempi grami, rimarranno (giusto un paio di riempitivi non all’altezza). I singalong si sprecano, e se i loro immensi ego si tratteranno, queste tre californiane mangeranno tutti. Destinate, nonostante un finale tambureggiante imbarazzante alla “questoèlombelicodelmondo”. Altro discorso per le Warpaint, non del tutto a fuoco. Nell’immensità del palco Nos si perdono. Il tramonto non consola e la svogliatezza padroneggia. Se su disco si può apprezzare tutta la delicatezza del loro pop amoreggiato di dark, dal vivo ci si aspetta qualche ruvidità in più. Nessun morso (a parte la viva Disco//Very), una successione indefinita di litanie infarcite sì di gusto, ma mai di nervo, sì di mestiere (a trent’anni già si vive di mestiere?) ma mai di originalità, e alla fine – che tristezza ammetterlo – ciò che rimane di loro è solo la bellezza finto trasandata. Il loro specchiarsi, insomma. Sky Ferreira, invece, è un po’ la sintesi delle succitate. Le canzoni catturano e sono ben supportate da una band che si dà da fare e punta al sodo. Su tutte una languida I Blame Myself e una sontuosa 24 Hours. Il problema è lei. Passa i primi tre pezzi in posa, il momento prima per i fotografi (pose da diva, ammiccamenti) e quello dopo ad ingraziarsi le fan (epigoni totali) che si sgolano tra le prime file. Quando non vuole sedurre seduce, quando recita la parte si perde e le sue canzoni seguono a ruota.

Il Tempo è un bastardo

I Television. L’orario è sbagliato (pieno aperitivo), d’accordo, il palco che li ospita pure (avrebbero meritato palcoscenici migliori). Ma il resto va a rotoli comunque. Tom Verlaine praticamente non canta (la delicatezza di Tears diviene una lunga litania silenziosa, non voluta), biascica immobile, gli altri seguono a ruota, mai un sussulto. Il tutto sa di stantio, l’intensità prigioniera degli anni ottanta. Concerto per autolesionisti, disperato, per chi era fan, vero fan. Sagra del ricordo per i neofiti, almeno li abbiamo visti. Altra cosa Caetano Veloso, osannato dal pubblico, e giustamente. E’ un live sferragliante, ben suonato (backing band giovanissima), un live zingaro, dai mille colori. Tra sussurri malinconici e schiaffi psichedelici, Veloso dà il meglio di sé: esplosione pura. Esempio ne è l’inno assoluto di Você Não Entende Nada. Veloso balla, incita, si diverte. Assolo sublime, disastrato e dissonante, e poi di nuovo tutti in coro, e quero que voce venga conmigo. Fa freddo, il parco è in mutande, spogliato dal proprio idolo.

Ballate

Ad inaugurare la tre giorni pensano gli Spoon, in avanscoperta europea, ad anticipare brani dal nuovo album, They Want My Soul. Si tratta come al solito di fermate e ripartenze, con loro ci possiamo permettere di usare l’espressione (orribile) di rock adrenalinico. Prendiamo una canzone qualsiasi. The Ghost of You Lingers (tratta dal penultimo Ga Ga Ga Ga Ga) è un pugno che colpisce ripetutamente ad ogni accordo di piano. Come al solito imprescindibili, mai trattenuti né lineari. Una garanzia. Come i Midlake, abbottonati, precisi, ma che non lasciano strascichi, figurarsi lacrime. Cioè ciò che ci si aspetterebbe da loro. E poi due artisti all’opposto, St. Vincent e John Grant, lo stesso palco a un paio d’ore di distanza. Lei in posa perenne – senza mai ostentare –, le gambe lunghissime a definirne la linea, leggera, importante. Lui massiccio, imponente e piccolissimo, da sempre timido. Lei danza, lui si nasconde. Bring Me Your Loves sontuosa sintesi di ciò che lei vuole essere: una melodia affettata, robotizzata, che fa luccicare gli occhi con il suo eclettismo. Lui alla ricerca della sincerità con I Wanna Go To Marz in apertura di set, devastante, il resto è solo una conseguenza naturale.

Confessioni

E se di Slint (i meccanici del post-rock, incapaci di sporcarsi le mani, fedeli alla linea (che c’era)) e Godspeed You! Black Emperor (perfetti, un tutt’uno con il bosco che circonda il palco ATP, da segnalare una Mladic da trattamento sanitario obbligatorio) è già stato detto tutto, meglio concentrarsi su chi c’era e finalmente è ritornato. No, non i Pixies (in contemporanea con Efrim Menuck e compagnia, abbiamo preferito questi ultimi), bensì gli Slowdive. Neil Halstead ha la faccia sorniona. Rachel Goswell sorride e basta. E’ un live curato nei minimi particolari, emozionato nell’emozionarci. L’attacco di Catch the Breeze scopre subito le carte: mai reunion fu più azzeccata. Sul palco si “sentono”, si cercano. E se Souvlaki Space Station è lo schiaffo, Alison è il bacio prima di andare a letto. Stessa sorte per i Neutral Milk Hotel. Ossessionati (più di una volta Jeff Mangum richiamerà le prime file, nessuna foto please), vivi, dei performer nati. C’è il giullare (il bassista, saltella qui e là, suona di tutto), la barba di Mangum, la sua voce evangelica, tutto. Su di loro c’era qualche perplessità fin dalla vigilia, subito abbattuta però dal chitarra-voce di Two Headed Boy, seguito poi da un’altalena di emozioni malatamente freak, quando a farla da padrone è On Avery Island, o la malinconia, la devastazione, le bellezze e le brutture della vita, una Oh Comely infinita, la cosa più bella della tre giorni.

Viaggi e altri viaggi

Non pervenuti !!! (ammiccanti e che altro?) e Trentemøller (che pasticcio, la nuova formazione live allargata non aiuta). E poi una delusione scozzese. I Mogwai sono stanchi. La band scozzese ha raggiunto un grado di perfezione sonora ed emotiva che è inarrivabile, difficilmente narrabile. Il problema dei nostri scozzesi preferiti sono le nuove canzoni di Rave Tapes. Sfigurano a confronto con le antiche, le vecchie esplosioni, gli intrecci, tutto il resto, la loro storia. I Mogwai rimarranno sempre gli stessi. Ecco il problema dei Mogwai. Ecco il compitino dei Mogwai. Cosa ricorderemo poi? I Follazkoid, ad esempio, che si sono rivelati una piacevole sorpresa del secondo giorno di festival. Batteria ipnotica e ossessiva, basso dritto che non perde un colpo (file under: krautrock) e chitarre acide, a tratti shoegazer, figlie degli anni ’90 come il chitarrista capellone che maltratta la sua Jazzmaster in barba al vento tagliente di Porto. Chiudiamo con i Cloud Nothings, nuova sensazione americana, con un Dylan Baldi che incurante dell’ora raccoglie tutti i dolori del suo essere un Giovane Werther magrolino e li riversa sul palco Pitchfork, dimostrando come si possa suonare tirati anche in tre. I nuovi pezzi funzionano e gli (ormai) classici di Attack on Memory non vengono stravolti troppo. E se Baldi prepara il terreno, arriva poi un Ty Segall che lancia l’accendino. Il live più infuocato della tre giorni. Finalmente le viscere. Che chiusura.

Bilancio

E’ stato chiaramente un anno di transizione per il Nos Primavera Sound di Porto. E’ cambiato lo sponsor, da Optimus a Nos. Piacevole la preview (Primavera Nas Virtudes) in pieno centro storico, al tramonto – gruppi portoghesi e fuochi d’artificio – e grande successo per le serate all’Hard Club e alla deliziosa Casa de Musica. Si ha la sensazione di una perfetta simbiosi fra il festival e la città. Tutto s’intreccia, l’uno richiama l’altra. I numeri sono buoni, 70.000 presenze disseminate nei tre giorni: obiettivo della vigilia raggiunto. Parlavamo di “transizione”, perché non c’è stato un allargamento di line up (e dopo il boom dell’anno scorso con Nick Cave e Blur era lecito aspettarsi qualcosa in più) e perché le novità sostanziali, importanti, da salto di qualità per intenderci, sono rimaste poche. Ma forse è nell’intento dell’organizzazione mantenere i pregi (vivibilità assoluta del luogo, organizzazione minuziosa, e poi il contorno di Porto) eliminando i rischi che una crescita esponenziale e innaturale potrebbe inevitabilmente portare. Un piccolo paradiso da preservare.

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